Norvegia, il Barnevernet toglie altri tre figli ai genitori

Da una bugia di una undicenne scatta l’allontanamento di tre fratellini americani dalla famiglia. Cadono le accuse ma i bambini restano in custodia ai servizi sociali

Aggiornate la saga sul Barnevernet, il servizio per il benessere dei minori della Norvegia sotto accusa non solo presso settori dell’opinione pubblica norvegese e di vari paesi europei, ma anche presso la Corte europea per i diritti umani di Strasburgo per la straordinaria facilità con cui sottrae i minori a famiglie che, secondo le valutazioni dei suoi operatori, sarebbero inadatte a crescerli.

L’ARRIVO DELLA POLIZIA

Questa volta tocca a Natalya Shutakova e Zigintas Aleksandravicius, la coppia sta aspettando di sapere se perderà la custodia dei loro figli per sempre nonostante il procedimento penale nei loro confronti sia stato archiviato. Il caso scoppia una sera di maggio, quando la polizia si presenta a casa della famiglia, costringendola a un lungo interrogatorio in centrale. La donna, una cittadina americana di Atlanta, si è appena trasferita in Norvegia, alle porte di Oslo, per ricongiungersi col marito e padre dei suoi tre bambini: Brigita di 11 anni, Nikita di 9 anni e Elizabeth di 7 anni, tutti e tre cittadini americani.

LA BUGIA DELLA PICCOLA BRIGITA

Dopo essere stata punita con la confisca del cellulare che i genitori le avevano regalato per il suo compleanno, Brigita ha raccontato a scuola di avere subito maltrattamenti tra le mura domestiche. Scatta la segnalazione ai servizi sociali, i bambini vengono immediatamente allontanati da casa e restano in affido fino all’udienza che si è tenuta questo mese. Nel frattempo, non solo Brigita ammette di aver mentito e realizza un video per implorare i giudici di lasciarla tornare a casa, ma la polizia di Skien ritira ad agosto tutte le accuse penali nei confronti dei genitori: nella Norvegia in cui è illegale ogni forma di punizione corporale o sculacciata, in casa Shutakova-Aleksandravicius non c’è evidenza di alcun maltrattamento di minori. Nonostante questo, e nonostante le deposizioni di sette testimoni in aula sulla tendenza di Brigita a mentire, il giudice ha ignorato le richieste dei bambini di tornare a casa, stabilendo che potrebbero rimanere in stato di custodia permanente presso il Barnevernet.

LA CONDANNA DELLA CORTE EUROPEA

Ora la coppia si prepara a fare ricorso, se dovessero perdere dovranno aspettare un altro anno per riportare il loro caso in un tribunale. Tempi.it vi aveva raccontato del calvario giudiziario a cui sono sottoposte le famiglie prese di mira dal servizio del benessere dei minori. Il caso più eclatante è quello di Strand Lobben: nel 2008 i servizi sociali, ai quali la signora si era rivolta in cerca di supporto, le avevano sottratto un neonato dell’età di tre mesi imputandole “mancanza di capacità parentali”. Il bimbo era stato allontanato, collocato in una casa famiglia e poi dichiarato adottabile. Tutti i ricorsi di Lobben erano stati rigettati finché, dieci anni dopo la sottrazione del bambino, la Gran camera che rappresenta la Corte d’appello europea aveva accettato di rivedere il caso. Stabilendo, il 10 settembre scorso, che la Norvegia aveva violato i diritti della donna mancando fin dall’inizio di perseguire l’obiettivo di riunire il figlio con sua madre.

I FIGLI DEI BODNARIU, DI AMY E DI SILJE

Altri sei ricorsi per violazione dei diritti dei bambini e dei genitori alla vita familiare (articoli 8 e 9 della Convenzione europea sui diritti umani) sono pendenti presso la Corte europea. Uno di questi riguarda i coniugi Marius e Ruth Bodnariu, cristiani pentecostali, una famiglia rumeno-norvegese alla quale nel 2015 sono stati tolti tutti e cinque i figli per sospetti di indottrinamento religioso. Nel dicembre scorso la Polonia ha dovuto dare asilo politico a Silje Garmo e alla sua seconda piccola di due anni, dopo che il Barnevernet aveva allontanato da lei la prima figlia 14enne a causa de suo «stile caotico di vita», una presunta «sindrome da affaticamento cronico» e abuso di antidolorifici. Peccato che le analisi mediche delle signora però non avessero mai fornito riscontri alle accuse. Ad Amy Jacobsen fu sottratto il figlio Tyler nel luglio 2013: a 19 mesi ancora veniva allattato perché rifiutava altre forme di nutrizione. Benché il suo peso fosse pressoché normale le autorità norvegesi disposero la separazione dalla madre, alla quale inizialmente furono concesse visite quindicinali in seguito proibite per timore di un rapimento del minore (il padre norvegese lo aveva per poche ore clandestinamente portato fuori dall’ospedale dove era stato internato).

IL CASO DEL CONSOLE KOWALSKY

Nel 2016 ben 170 professionisti del mondo dell’infanzia, tra cui avvocati e psicologi, scrissero una lettera aperta in cui definivano il Barnevernet «un’organizzazione disfunzionale che commette errori di giudizio con gravi conseguenze a lungo termine». Nel 2018 uno degli psichiatri della Commissione di esperti dell’infanzia, supervisore delle decisioni prese dal Barnevernet e delle perizie indipendenti relativamente all’allontanamento di bambini dalle loro famiglie, è stato condannato a 22 mesi di carcere per detenzione di materiale pedopornografico a sfondo sadico. Sempre nel 2018 un rapporto emesso da una delegazione inviata in Norvegia dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha duramente criticato la frequenza e la natura degli “interventi di emergenza” del Barnevernet e manifestato preoccupazione per il genere di ragioni addotte per le separazioni. A febbraio di quest’anno il governo di Oslo ha chiesto a Varsavia di richiamare immediatamente in patria il console Slawomir Kowalsky prima della scadenza del suo mandato. Durante i cinque anni  Kowalsky ha assistito 150 famiglie polacche immigrate in Norvegia e coinvolte in controversie col Barnevernet. Famiglie che sono state a loro volta indagate e, in alcuni casi, private dei figli dal servizio norvegese per i minori.

Foto Ansa