Non sono la panacea di tutti i mali, ma le primarie (almeno) sono un segnale di vita

Sul suo blog, il giornalista Stefano Filippi stila un breve elenco degli insegnamenti che il Pdl (o ciò che ne resta) potrebbe trarre dall’esperienza del Pd.

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Tratto dal blog di Stefano Filippi su ilgiornale.it

Che cosa insegnano le primarie Pd al Pdl (o ciò che ne resta)? Proviamo a stilare un piccolo elenco.

1. Che le primarie non si improvvisano. Sotto gli occhi di tutti sono le polemiche sulle «regole» che hanno arroventato la vigilia del ballottaggio democratico. Eppure il Pd ha impiegato mesi a individuare garanti, stilare regolamenti, organizzare seggi, stampare schede. È un partito che ha alle spalle altre tre primarie (due elezioni di segretari, Veltroni e Bersani, e un voto di coalizione quando ancora c’erano Margherita, Ds, eccetera) e non è riuscito a evitare discussioni feroci. Se il 1° dicembre il segretario del Pdl Angelino Alfano – ottima persona – garantisce che le sue primarie si svolgeranno entro 15 giorni con la macchina organizzativa non dico ferma, ma ancora da allestire, mi viene soltanto da ridere.

2. Che le primarie, se la competizione non è di facciata, sono una formidabile macchina mediatica. Fate un po’ di conti. Guardate i dati di ascolto dei faccia a faccia televisivi sulle diverse reti. E poi recuperate sul web i numeri delle precedenti primarie, vedrete che si equivalgono. Addirittura nel 2005, quando la vittoria di Prodi su Bertinotti fu molto più netta che Bersani su Renzi, votarono oltre 4 milioni di persone. Oggi siamo a 3,1 milioni al primo turno con un calo pesante al secondo. Eppure tv, web, giornali inneggiano alla vastissima partecipazione, alla voglia di democrazia, alla capacità di mobilitazione. I numeri parlano di un dato modesto, il sistema informativo di un grande successo. Ergo, le primarie sono ungigantesco spot (molto meno costoso di una vera campagna elettorale) per il partito che le organizza.

3. Che di Grillo non parla più nessuno. È il grande spauracchio dei partiti, sta organizzando le sue primarie sul web, eppure è sparito dalla scena. Lavora nell’ombra. Si parla soltanto del Pd, di quant’è bravo Bersani e presuntuoso Renzi.

4. Che il Pd ne esce, bene o male, con un’immagine nuova, quella di un partito rassicurante, pronto per governare, che litiga senza dividersi, dove si battaglia accettando la sconfitta, che sa unire disinvoltamente forze assai diverse: Bersani, tanto per dirne una, ora dovrà fare larghe concessioni al radicalismo di Vendola ma contemporaneamente confermare l’alleanza strategica con i centristi moderati che su molti temi (a cominciare da quelli etici) la pensano all’opposto. Come farà? Staremo a vedere. Eppure sull’onda della copertura mediatica nulla sembra impossibile al nuovo Pd «inclusivo».

5. Che le primarie danno l’idea, la percezione (a volte prevalente sulla realtà fattuale), che qualcosa si muove. Che c’è un residuo di vitalità. Ormai è come quando si trova una molecola organica su Marte: miracolo, c’è vita. Il resto, al momento, è deserto e vuoto. O litigio incomprensibile per un elettorato di centrodestra che, in nome del cambiamento, sarebbe disposto a votare anche uno come Renzi.

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