Non è vero che l’assassinio di Lulu e Maren è «privo di senso»

Nessuna veglia, nessuna manifestazione pubblica di solidarietà, nessuna denuncia della deriva criminale del maschilismo islamista.

La prima reazione di un padre a una notizia come quella delle due ragazze scandinave brutalmente trucidate da criminali terroristi islamisti marocchini sui monti dell’Atlante è pre-politica. Un padre che come me ha una figlia della stessa età della ragazza norvegese assassinata, la 28enne Maren Ueland, come prima cosa protesta incredulo per l’apparente imprudenza delle vittime: anche se il Marocco è mèta di milioni di turisti, anche se le escursioni sulle sue montagne da anni ormai fanno tendenza, l’idea di due ragazze bionde e sole che alzano la loro tenda su un costone isolato a due ore di cammino dal più vicino villaggio fa scuotere la testa e lascia sconsolati: come hanno potuto rischiare tanto…

Mia figlia ha già visitato una mezza dozzina di paesi nei quali io non ho mai messo piede, e non è una cosa banale, considerato che di paesi, quasi sempre per fare giornalismo, io ne ho percorsi più di 60, contando anche i territori contesi e le repubbliche non riconosciute: Palestina, Sahara occidentale, Nagorno Karabakh, Kurdistan. Ha già trascorso più tempo continuativamente in un singolo paese del mondo povero di quanto abbia fatto io (due mesi nel Brasile delle favelas, io al massimo ho vissuto per un mese di fila nel Sudafrica dell’apartheid e dello Stato d’emergenza, quando i giorni della carcerazione di Nelson Mandela erano contati e nei ghetti come Soweto si moriva per i proiettili della polizia o per le vendette dei militanti che bruciavano vivi i presunti collaborazionisti). Sempre l’hanno inseguita le mie raccomandazioni e precauzioni di ogni genere: non bere quello e non mangiare quell’altro, non vestirti così e non fidarti di quelli, alloggia solo lì e non passare per di là. E soprattutto la scelta oculata dei compagni di viaggio e di chi avrebbe offerto ospitalità: missionari cattolici o volontari laici di lungo corso, fidanzati sufficientemente robusti e sperimentati, qualche volta io stesso. Mai, mai da sola. Mai ragazze sole in un posto che non sia Europa occidentale e che non si possa trovare su Lonely Planet o su Trip Advisor.

Comunque mai le ho detto di “no”, anche se un paio di volte ho surretiziamente condizionato la scelta della mèta. Non le ho detto no per le stesse ragioni per le quali non ho mai detto no a me stesso (qualche volta mi hanno detto no le ambasciate, che non mi hanno rilasciato il visto). Sono le ragioni che traboccano dalla lettera aperta che all’indomani della tragedia ha scritto l’ex fidanzato di Louisa Vesterager Jespersen, la ragazza danese decapitata. Questo testo mi ha riconciliato con le due figlie temerarie che si sono messe nei guai, la compassione e la simpatia hanno preso il posto dell’esasperazione. Glen Martin – questo il nome del giovane – ricorda che durante le loro comuni escursioni Lulu (questo il soprannome della ragazza) restava sempre indietro: «Eri tanto curiosa e tutto ti affascinava. Non ricordo quante volte durante una passeggiata io mi sono girato e tu eri scomparsa, ed eri rimasta molto indietro a osservare da vicino un bellissimo fiore, o uno scorcio particolare o qualcosa che la persona media non avrebbe mai notato».

Il senso del viaggio è ciò che durante il viaggio accade, è ciò che durante il cammino si incontra. Un viaggio senza fermate e senza sorprese non è un viaggio: è un trasferimento. Che è quello a cui le nostre vite metropolitane si sono ridotte: spostamenti da casa al posto di lavoro, al centro commerciale, al locale notturno col mezzo di trasporto più veloce e più pratico possibile, lamentandoci sempre dei mezzi pubblici in ritardo o sovraffollati o del parcheggio che non si trova. Quella ripetitività che vuole convincerti che la vita è semplicemente l’autostrada che collega la nascita con la morte, senza uscite intermedie, senza stazioni di servizio o autogrill. E viene in mente il Milan Kundera del romanzo L’immortalità:

«Un’autostrada è differente da una strada non solo perché è destinata esclusivamente a veicoli, ma anche perché è soltanto una linea che collega un punto con un altro punto. Un’autostrada non ha nessun significato in se stessa: il suo significato deriva interamente dai due punti che collega. Un’autostrada rappresenta la svalutazione trionfante dello spazio, che grazie ad essa è ridotto a mero ostacolo al movimento umano e a perdita di tempo (…). Una strada, invece, è un tributo allo spazio: ogni tratto di strada ha un significato in se stesso e ci invita a fermarci».

La mèta ha senso solo se ogni passo del cammino ha senso. Altrimenti è l’illusione con cui il potere giustifica una vita irregimentata, scandita per gli uni dallo sballo ad orologeria del venerdì e del sabato sera, per gli altri dall’oppio dei popoli della religione: fosse anche il Paradiso o la società perfetta, senza una strada che sia strada per davvero, la mèta sarebbe l’illusione per tenere buona la gente e per permettere ai suoi capi di fare bella figura. I ragazzi e le ragazze viaggiano ai quattro angoli del mondo perché, atei o agnostici che siano da bravi europei del XXI secolo, dentro di sé non possono accettare che la vita non sia il viaggio del significato, ma un trasferimento quotidiano dal non senso al non senso.

A scuola gli hanno insegnato la poesia di Montale, o un’altra identica che certamente qualche poeta scandinavo deve aver scritto, quella che comincia così: «Prima del viaggio si scrutano gli orari, le coincidenze, le soste, le pernottazioni e le prenotazoni (…), si controllano valigie e passaporti, si completa il corredo», e che termina: «E ora che ne sarà del mio viaggio? Troppo accuratamente l’ho studiato senza saperne nulla. Un imprevisto è la sola speranza. Ma mi dicono che è una stoltezza dirselo».

A questa stoltezza rimangono abbarbicati giovani e adulti che partono perché non possono rinunciare a credere alla vita come viaggio, disincantati figli dell’Occidente secolarizzato ai quali un dolore immenso permette di spingere lo sguardo oltre la morte, là dove la strada continua, una volta superato il confine fra l’esistenza terrena e quella ultraterrena. Glen lo scrive in modo struggente:

«Ti porterò con me per il resto del cammino e ti porterò su per le montagne e giù ai fiumi che non hai avuto la possibilità di conoscere. Hai un posto speciale nel mio cuore ed è riservato a te per il resto della mia vita. Per fare spazio a te nel mio cuore ho dovuto donarti una parte del mio. Così una parte di me è morta lunedì mattina, ma questo significa anche che quella parte di me è con te ovunque tu sia ora. Quando ti sentirai sola, per quanto grande sia la tua solitudine, io sarò con te al tuo fianco e tu al mio. Ti auguro buona fortuna per il tuo viaggio ulteriore, ovunque ti porti».

Ma proprio per rispetto al viaggio di Lulu e Maren, che continua nel paese inesplorato dalla cui frontiera nessun viaggiatore fa ritorno (Amleto), non ci si può esimere dal pronunciarsi anche sui contenuti politici della vicenda. Non ci si può non ribelllare alle parole del primo ministro norvegese, la signora Erna Solberg, che ha parlato di «attacco brutale e privo di senso su delle innocenti». No, l’attacco orribile contro due giovani donne è ricco di senso, trabocca significato. Se non ci fosse stato un osceno filmato di morte divulgato sui social, se non ci fosse la rivendicazione dell’Isis si sarebbe potuto pensare che si trattasse solo di un orribile reato a sfondo sessuale, l’esito criminale di perversioni sessuali che albergano nella testa e sotto la cintola di maschi che maschi non sono mai stati e mai lo saranno.

Ma il filmato e la rivendicazione islamista jihadista ci sono, e allora per brevità di esposizione diciamo che il senso della violenza è duplice, ed è perfettamente immerso nella logica terrorista. Da una parte diffondendo immagini orribili di indifese ragazze seviziate si vuole provocare la reazione indignata e possibilmente indiscriminata dell’Occidente: i jihadisti puntano alla guerra di religione generalizzata fra musulmani e infedeli, che permetterebbe loro di reclutare migliaia di combattenti nelle loro file. Sperano che gli europei diano fuoco alle moschee di Parigi o di Bruxelles, caccino i musulmani dai loro quartieri nelle città europee, organizzino ronde anti-islamiche e colpiscano ingiustamente degli innocenti. Questo rafforzerebbe il loro discorso vittimista sui musulmani ingiustamente perseguitati dagli europei che, dopo averli in passato colonizzati, oggi li sfruttano economicamente, li emarginano quando non servono più e umiliano la loro religione.

In subordine, per i terroristi è importante compromettere la sostenibilità economica di un paese come il Marocco, creare una situazione sociale esplosiva, sempre allo scopo di reclutare fra gli scontenti: un bel crollo dell’industria turistica marocchina, che negli ultimi anni ha conosciuto un vero e proprio boom, per la fuga degli stranieri che si sentirebbero minacciati, rappresenta per i terroristi una significativa opportunità.

Il secondo significato della violenza che è stata perpetrata attiene la volontà di sottomissione psicologica che i terroristi perseguono. Vogliono intimidire tutte le donne del mondo perché rinuncino alla loro libertà di movimento, di presenza nello spazio sociale, di visibilità, di rapporti sociali non sorvegliati da custodi maschili; e vogliono creare un sentimento di colpa nei padri, fratelli, mariti e fidanzati delle donne per non essere stati in grado di difenderle, e per non aver esercitato l’autorità tutoriale che, tenendole al loro posto, le avrebbe salvate dal disonore e dalla morte. I terroristi vogliono obbligarci, musulmani o infedeli indifferentemente, a diventare tutti salafiti. Cioè uomini che accompagnano le loro donne quando escono per strada e si assicurano che gli abiti le coprano dalla testa ai piedi, e donne che accettano di partecipare alla vita sociale solo sotto la tutela maschile e di vestirsi in modo “appropriato”. Donne che non andrebbero mai in vacanza da sole, mai si permetterebbero di dormire da sole sotto una tenda come i maschi, mai di portare i pantaloncini corti e le braccia scoperte.

Questo è il significato più profondo dell’orrore filmato e divulgato. Ed è sconvolgente che a qualche giorno da un delitto così orribile e così carico di significati politici sconvolgenti, le femministe radicali di tutto il mondo non abbiano dato nessun segno di vita. Nessuna veglia, nessuna manifestazione pubblica di solidarietà, nessuna denuncia della deriva criminale del maschilismo islamista. L’unico maschilismo contro cui ci si batte con tutte le armi è quello dei bianchi occidentali. Quando il colore della pelle e le ideologie e religioni di riferimento sono altre (pensate cosa sarebbe accaduto se le due ragazze fossero state trucidate da fanatici cristiani) non succede nulla. Perché? Perché lottando contro i maschi bianchi si possono conquistare posizioni di potere all’interno delle società occidentali; a lottare invece contro i maschilisti islamisti non c’è niente da guadagnare e si rischia la pelle.