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Non è sempre facile vivere in paradiso

marzo 7, 2018 Leone Grotti

Ricco, bello, famoso e adorato da tutte le adolescenti. Il suicidio per depressione della pop star Jonghyun ha svelato cosa accade nel paese più connesso e online del pianeta: la Corea del Sud. Dove tutto è competizione, apparenza e disperazione

Pubblichiamo in via eccezionale un articolo di Leone Grotti che appare nel numero di febbraio di Tempi. Ricordiamo che gli articoli del mensile non sono pubblicati online. Vuoi scoprire come abbonarti? Clicca qui

Jonghyun ha affittato un appartamento per due giorni nel distretto di Gangnam il 18 dicembre. Non c’era nessun motivo apparente per farlo, ma sapeva che nessuno si sarebbe insospettito perché era esattamente quello che ci si aspettava da lui. Gangnam è la Beverly Hills della Corea del Sud, il distretto più ricco e chic di Seul, il nuovo cuore finanziario della capitale, quello dove tutti i giovani sognano di abitare, dove le case costano 10 mila dollari al metro quadro e il sole si riflette sull’acciaio e il vetro dei grattacieli moderni, gli stessi presi in giro da Psy, il rapper che nel 2012 con la sua canzone “Gangnam Style” ha stabilito il record assoluto di video più cliccato della storia di Youtube, con oltre due miliardi di visualizzazioni. Dove poteva affittare un appartamento Jonghyun, se non a Gangnam? Ma quel 18 dicembre l’idolo di tutte le ragazzine della Corea del Sud, la voce più importante della boy band Shinee, la stella nascente del filone musicale più ascoltato nel paese, il k-pop, non si recava nel distretto per prendersi una pausa dai troppi impegni, per godersi un po’ di riposo e di privacy. Jonghyun, 27 anni, aveva affittato l’appartamento per suicidarsi. Una serie di strani messaggi inviati dal cantante sul cellulare della sorella maggiore Kim So-dam hanno fatto scattare l’allarme, ma quando la polizia ha sfondato la porta dell’appartamento era già troppo tardi: Jonghyun si era avvelenato saturando l’aria col monossido di carbonio.
La tragica fine della star ha sconvolto un paese intero che si stava tirando a lucido per presentarsi al meglio sotto i riflettori di tutto il mondo, in occasione delle Olimpiadi invernali di Pyeongchang, che si sono aperte l’8 febbraio e che si concluderanno il 25. Ma sono le ultime parole di Kim Jong-hyun, questo il suo vero nome, affidate alla sorella e a un’amica, ad aver incrinato la patina di apparente perfezione che riveste una delle nazioni più capitaliste del mondo: «Ti prego, lasciami andare. E dimmi solo che ho fatto bene», ha scritto alla sorella. In un altro messaggio alla cantante Nine9 si è detto «lacerato, la depressione che mi attanaglia mi ha divorato completamente. Non posso più sconfiggerla. Mi sento così solo. L’atto di farla finita è difficile. Ho vissuto fino ad oggi solo per questa difficoltà. Ti prego, dimmi solo che ho fatto un buon lavoro. Tu hai lavorato duro. Hai davvero patito tanto. Non ero fatto per diventare famoso. Non so come ho potuto resistere così tanto. Addio».

«Dimmi che ho fatto bene»
Nonostante avesse appena 27 anni, Jonghyun era davvero all’apice del successo. Nel paese asiatico i cantanti di k-pop sono più popolari dei calciatori in Europa, veri e propri idoli da seguire, amare, osannare ed emulare. Dopo aver esordito nel 2008 sul palco del popolarissimo programma televisivo Inkigayo ed essere divenuto protagonista delle decine di “X Factor” in salsa asiatica, ha inanellato un successo dietro l’altro tra singoli, dischi e concerti. Eclettico e talentuoso, Jonghyun era riuscito a emergere rispetto alla platea dei tanti cantanti “belli e impossibili” dai capelli colorati di improbabili tinte rosa e rosso fuoco sfornati, fagocitati e poi scartati a ritmo forsennato dalla bulimica industria discografica sudocoreana. Jonghyun non era solo una bella voce, era anche un autore e uno stimato conduttore radiofonico. Ed è proprio in radio che la star ha fatto una delle esperienze più belle della sua carriera, tanto da dichiarare in un’intervista a Esquire Magazine: «Prima mi vedevo solo come cantante. Poi, quando ho cominciato a mostrare il mio lato umano agli altri in radio, ho scoperto un’altra immagine di me stesso». Ma è proprio l’esperienza più bella e «stabilizzante» della sua carriera che ha dovuto abbandonare nel 2017, dopo tre anni, per dedicarsi a un tour internazionale con la sua band Shinee organizzato dalla sua major. Quando il successo chiama dalle parti di Seul, non c’è tempo per dare spazio al proprio lato umano.
Jonghyun era bravo, ricco e famoso ma tutto questo non gli bastava e le sue ultime parole («dimmi che ho fatto bene, dimmi che ho fatto un buon lavoro») rivelano un lato oscuro della Corea del Sud. Nel giro di due generazioni, dopo l’armistizio nella guerra con il Nord, il paese povero e agrario è diventato l’undicesima economia più importante del mondo. Il Pil cresce a tassi annuali del 3-4 per cento, la disoccupazione si mantiene stabile intorno al livello fisiologico del 3 per cento (anche se quella giovanile ha superato per la prima volta il 10 l’anno scorso), il Pil pro capite aumenta ogni anno e presto raggiungerà quello dei principali Stati europei. Il 2018 dovrebbe anche essere l’anno che sancirà ufficialmente l’ingresso della Corea del Sud nel novero dei paesi sviluppati. Per quanto riguarda la tecnologia, Seul è la capitale del mondo: il paese è il più connesso del globo, nella patria di Samsung c’è la più alta percentuale di penetrazione di smartphone tra la popolazione: il 70 per cento dei 50 milioni di abitanti, cioè oltre 35 milioni, ne ha uno ma il dato, che per il Wall Street Journal è salito nel 2017 all’85 per cento, già raggiunge quasi il 90 se si considerano solo i giovani a partire dai 6 anni (erano il 21,4 nel 2011). Il cellulare è così indispensabile che Samsung, insieme al gestore telefonico SK Telecom e d’accordo con il governo, ha cominciato da un anno a mettere gratis a disposizione per i turisti stranieri 250 telefonini a settimana, da restituire alla fine del soggiorno, per un massimo di cinque giorni.

Joseon infernale
Tutto può mancare in Corea, tranne la rete. Se il 15 per cento della popolazione circa vive sotto la soglia della povertà, il 99 per cento delle case dispone di una connessione veloce e a basso prezzo. Il paese ha anche la banda larga migliore del mondo e il wi-fi copre ogni singolo angolo del territorio ed è così avanzato che è usuale per i giovani guardare televisione e film in live streaming anche in metropolitana senza rallentamenti. Il virtuale è un compagno quotidiano del reale, tanto che quando il governo ha deciso di limitare l’acquisto e la vendita di bitcoin, una criptovaluta inventata nel 2009 e scambiata in tutto il mondo, 200 mila persone hanno firmato una petizione al premier Lee Nak-yon per chiedere di «non privarci della felicità. Grazie alla criptovaluta, il popolo coreano può sognare come mai gli è stato concesso di fare prima d’ora. Potremmo comprare una casa dove è davvero difficile acquistare un immobile o vivere una vita nella quale facciamo davvero quello che ci piace. Potremmo riuscire a respirare».
Al di là dei bitcoin, il messaggio riflette un sentire comune tra i più giovani. Secondo un sondaggio recente, l’88 per cento di loro vorrebbe abbandonare il paese, se ne avesse la possibilità. Il 93 per cento si vergogna addirittura di essere coreano. Tra le principali motivazioni, l’eccessiva pressione subita nell’ambiente di lavoro e l’insofferenza verso una società troppo competitiva. Non è un caso se tra i giovani è molto in voga chiamare la Corea “Joseon infernale”, dal nome dell’ultima dinastia confuciana che ha governato il paese, prima dell’avvento dell’impero nel 1897, e che ha influenzato in modo indelebile la società dal punto di vista culturale e sociale. «Da piccola mi è sempre stato insegnato che se non fossi andata all’università sarei diventata una fallita senza lavoro», è la testimonianza affidata ai social network di Chloe Park, 24 anni, da poco laureata in psicologia. «Ho lavorato duramente ricurva sui libri, ho investito tempo e denaro. Ora tutti si aspettano che io trovi un lavoro ben remunerato, ma non è facile. Sento che non c’è speranza».

Nessuno fa figli
L’aspettativa delle famiglie è alta e tutti i genitori desiderano che i figli si iscrivano alle migliori università per avere accesso a lavori ben pagati. Ma alla fine degli anni Novanta, il paese ha attraversato un periodo di grave crisi economica, che ha ridotto i posti di prestigio e ora la competizione per raggiungere i migliori impieghi, già alta, si è intensificata ulteriormente. Nonostante questo, la pressione familiare e sociale è sempre più forte. L’anno scolastico coreano dura 11 mesi e gli studenti possono passare sui banchi, tra lezioni canoniche e corsi aggiuntivi, anche 16 ore al giorno. Studiare regolarmente di notte è inoltre considerato normale. Solo i migliori, infatti, possono accedere alle più prestigiose università della Corea del Sud, che si contano sulle dita di una mano e che accettano poche centinaia di iscrizioni all’anno. Al loro interno la competizione è altissima e l’ateneo più famoso del paese, il Kaist (Istituto coreano avanzato di scienza e tecnologia), è diventato tristemente noto in tutto il mondo nel 2011, quando in pochi mesi si suicidarono per l’elevato grado di stress quattro studenti e un professore.
Una volta terminata l’università, la situazione non migliora. Se la disoccupazione è bassa in percentuale, i posti per giovani con buone lauree e qualifiche sono pochi. Quasi mai una laurea è sufficiente, essendo solo una delle famigerate “spec”, abbreviazione per “caratteristiche”, che ogni buon candidato deve avere secondo gli uffici delle risorse umane delle grandi aziende. Di queste fanno parte, oltre ai titoli di studio e al background familiare, il livello di inglese, le esperienze all’estero, i certificati più diversi (gettonatissimo quello per baristi), le vittorie nei concorsi, le collaborazioni svolte e il volontariato. Anche l’estetica è fondamentale e non sono pochi i giovani che investono nella chirurgia per migliorare il proprio aspetto e avere così maggiori possibilità di impiego. Secondo il Korea Herald, al di là del titolo di studio, i giovani impiegano almeno un anno per costruire i propri curriculum con tutte le “spec” necessarie. Questo impegno, oltre ad essere costoso, spinge molti ragazzi a candidarsi anche per posti di lavoro per i quali in realtà non sarebbero adatti. Il risultato è che un neo dipendente su tre abbandona il proprio impiego in media dopo un anno. Le conseguenze sono allarmanti: i giovani sudcoreani affermano di non potersi permettere una casa e una vita familiare. Così i matrimoni continuano a diminuire, al pari dei bambini. La Corea del Sud è infatti il paese con il tasso di fertilità più basso del mondo e nel 2017 ha toccato un nuovo record negativo: appena 1,17 figli per donna.

Ossessione sociale
Non c’è da stupirsi allora se la Corea del Sud è anche il paese più infelice tra quelli appartenenti all’Ocse, nonché quello dove avvengono più suicidi. Quello di Jonghyun, infatti, non è un caso isolato. Secondo dati risalenti al 2015, in media 37 persone si uccidono ogni giorno e il suicidio è la principale causa di decesso nella fascia di età tra 10 e 39 anni. L’impatto con una società fortemente segnata da capitalismo e individualismo è difficile anche per i nordcoreani che riescono a disertare e fuggire dal regime totalitario di Kim Jong-un, tanto che un terzo di chi raggiunge Seul dopo pochi anni dichiara di volere tornare indietro.
«Nella nostra società tutti sono in lotta per raggiungere il “primo posto” e in famiglia spesso si insegna a sconfiggere gli altri», descrive il suo paese monsignor Lazzaro You Heung-sik, vescovo di Daejeon e presidente della Commissione nazionale di Giustizia e pace. «In ogni angolo della società coreana c’è una diffusa pressione alla competizione. È preoccupante, si sottolinea sempre che tutti devono correre per vincere. Questa atmosfera sociale spinge i nostri giovani a considerare gli altri solo come concorrenti nella lotta per la carriera». Lo sviluppo economico è diventato «un’ossessione sociale e ora vediamo le conseguenze di tale ossessione ad esempio nello scioccante tasso di natalità. La Chiesa in Corea sta facendo del suo meglio per insegnare ai nostri giovani che gli altri non sono solo l’oggetto di una competizione per il successo, ma i fratelli e sorelle con cui si deve camminare insieme. Il mondo non è un campo di battaglia, ma è un luogo per vivere insieme con gli altri». Per il vescovo, l’unico antidoto all’ossessione sudcoreana è «il Vangelo. È una risposta semplice, che può esaltare le grandi e positive potenzialità dei nostri giovani. L’uomo non è creato per vincere gli altri, bensì per amare gli altri. Questa è la verità sull’essere umano che Gesù ci insegna».
La risposta di monsignor You è tanto semplice quanto apprezzata dai sudcoreani. Il paese ha infatti conosciuto una crescita record del cristianesimo, passato in mezzo secolo da circa 100 mila aderenti (0,5 per cento della popolazione) a oltre cinque milioni (10,3). «Il coreano è fiero di definirsi religioso», spiega padre Vincent Ri, prefetto degli studi della facoltà teologica del seminario maggiore di Kwangju. «Anche fra gli studenti, gli intellettuali, le persone colte, non esiste lo spirito anti-religioso o ateo comune in Europa. Il fatto religioso è al centro della vita del nostro popolo e questa è un’antica tradizione che lo sviluppo non solo non ha abolito, ma contribuisce a rafforzare». Anche questa volta la ragione è semplice: «Oggi aumentano i problemi e solo il cristianesimo è in grado di offrire risposte adeguate».

La lettera del fan cristiano
L’esempio più lampante è forse il messaggio di cordoglio per la morte del cantante Jonghyun che un suo «fan sfegatato», Lee Soo-yi, ha pubblicato sui social network, subito condiviso da centinaia di giovani: «Carissimo Jonghyun, il mio cuore è spezzato, sono così dispiaciuto di aver saputo solo ora che lottavi contro la depressione. Da giorni mi chiedo che cosa avrei potuto dirti se avessi potuto incontrarti. L’unica cosa che ti avrei detto è che non era colpa tua se eri caduto nella depressione e che c’era un’altra risposta oltre al suicidio alla tua sofferenza. E quella risposta è un bambino nato 2.000 anni fa di nome Gesù. Se tu l’avessi conosciuto, provando di conseguenza la vera gioia e la speranza che non ha mai fine, avresti avuto il coraggio di andare avanti? È terribile non conoscere la risposta a questo “se”. Mi mancherai sempre. Il tuo fan da nove anni, Lee». 

Foto Ansa

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