«Non convince uno Stato che escluda i riferimenti religiosi dal pubblico». Il nuovo libro di Scola

Uscirà nei prossimi giorni il nuovo libro del cardinale Angelo Scola dal titolo: “Non dimentichiamoci di Dio. Libertà di fedi, di culture e politica”, edito da Rizzoli. Anticipiamo alcuni stralci.

Uscirà nei prossimi giorni il nuovo libro del cardinale Angelo Scola dal titolo: “Non dimentichiamoci di Dio. Libertà di fedi, di culture e politica”, edito da Rizzoli. Per l’arcivescovo di Milano, che parte dal centenario dell’Editto di Milano, è necessario uno Stato che non interpreti la sua laicità come “distacco” dalle fedi, ma apra spazi in cui ciascun soggetto, personale e sociale, possa portare il proprio contributo al bene comune.

LIBERTÀ RELIGIOSA. Come scrive il cardinale Scola in un brano anticipato da Avvenire «nelle nostre società occidentali il proliferare delle libertà esterne, periferiche sembra accompagnarsi a un progressivo restringimento delle profonda libertà interiore. In questo contesto una concezione integrale della libertà religiosa ha importanti implicazioni sociali e politiche. Infatti da un lato limita la pretesa che la dimensione socio-politica diventi l’orizzonte esclusivo della persona umana, dall’altro suggerisce la valorizzazione di un protagonismo tipico della società civile di cui nessuno Stato democratico può fare a meno».

COMUNICAZIONE E BENE COMUNE. Nel mondo di oggi, dove manca «un codice universale di intesa» tra le tante «concezioni del mondo diverse e contrastanti», è necessario «ripartire dal principio di comunicazione, da intendersi nel senso più forte, come un fondamentale “mettere in comune” ed “essere in comune”. (…) Proprio per la sua natura profonda, tale comunicazione non può mai essere presa come un dato scontato, ma va considerata come il frutto di una scelta, per quanto implicita. Si può perciò certamente parlare in proposito di un bene della comunicazione che rappresenta anche il fatto politico primario. In effetti, e malgrado l’abbondanza di voci che sostengono il contrario, per una vita in società occorre comunque un’idea di bene attorno alla quale tutti possano riconoscersi».

PRESUNTA NEUTRALITÀ. Ma «per comunicare occorre riconoscere l’altro come interlocutore a piano titolo, senza discriminazione, con giustizia, affinché il politico sia davvero l’ambito in cui i “molti” possono contribuire responsabilmente al bene comune. Ecco perché non convince la presunta neutralità di concezioni e di scelte politiche che escludono ogni riferimento religioso dallo spazio pubblico: l’esito di questo orientamento, infatti, non è un pensiero pratico comune, bensì un minimo comune denominatore rispetto al quale le differenze culturali subiscono una privatizzazione estraniante. È veramente pubblico, e perciò autenticamente aconfessionale, solo quello spazio che scommette sulla libertà dei cittadini, credenti e non credenti e che rende possibile il “raccontarsi” cioè l’intraprendere l’opera di esprimere il significato della propria esperienza, secondo una logica, come insegna Ricoeur, di reciproco seppur laborioso, riconoscimento».