Non ci sarà mai stabilità senza giustizia. Lo strapotere dei pm ha ucciso lo Stato di diritto

La giustizia da vent’anni a questa parte agisce in un quadro “tecnicamente politico”, a prescindere dalla buona o cattiva fede del singolo magistrato

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tempi-copa-silvio-scagliaCaso Scaglia&C. Perché amministratori di una grande azienda quotata in Borsa che dà lavoro a migliaia di italiani, un bel giorno vengono presi, buttati tra i reprobi e, dopo anni di massacro delle loro vite private, gogna pubblica e carcere preventivo, escono completamente assolti “per non aver commesso il fatto”? Perché è quello che capita a tanti innocenti – manager, politici, comuni cittadini – nel paese della “Costituzione più bella del mondo”. Capita da un ventennio a questa parte. E continuerà a capitare.

Se, come i referendum radicali fanno finalmente presagire, non si troverà una riforma della giustizia che preveda almeno la responsabilità civile dei magistrati, la riforma del Csm, la separazione delle loro carriere (anche da quelle dei giornalisti). Ma perché la riforma della giustizia non è ancora stata fatta? Semplice: perché fino a oggi hanno comandato i magistrati. Perché il parlamento e la politica sono stati ricattati da un potere giudiziario “democratico”, sostenuto da giornalisti “democratici”.
E perché giornali “democratici” hanno campato di scoop giudiziari. Infine, perché la politica del Pci-Pds-Ds-Pd è stata subalterna ai magistrati e ai giornalisti “democratici” che hanno riempito le file parlamentari del Pci-Pds-Ds-Pd o comunque sono stati alleati nella guerra dei vent’anni: contro la Dc e Bettino Craxi prima, contro il centrodestra e Silvio Berlusconi poi.

Ma come è potuto accadere che un paese occidentale, membro dell’Ue, sprofondasse nella sentina dei paesi “canaglia” in fatto di ordinamento giudiziario e, soprattutto, penitenziario? Non è una digressione, è che agli italiani che nel referendum dell’8 novembre 1987 avevano risposto con una maggioranza schiacciante (oltre l’80 per cento) di “sì” al quesito proposto da radicali, liberali e socialisti sulla responsabilità civile dei magistrati (che oggi esige anche la Ue), la politica di fine anni Ottanta (egemonizzata dalla sinistra Dc e dalla solita Repubblica, il famoso e debenedettiano “partito degli onesti”) rispose con due provvedimenti.
Il primo, del 13 aprile 1988, fu un atto legislativo in tema di “Risarcimento dei danni e responsabilità civile dei magistrati”, noto come “legge Vassalli”. Il secondo, fu il varo di un  nuovo Codice di procedura penale, emanato con decreto presidenziale il 22 settembre 1988.

Quanto alle legge Vassalli. Il paradosso di questa legge (che tra l’altro fa ricadere sullo Stato, cioè sugli stessi cittadini contribuenti, l’onere dei risarcimenti alle vittime di malagiustizia) è che in venticinque anni, su 406 cause avviate e soltanto 34 dichiarate ammissibili, registra a oggi appena 4 condanne! Come si spiega questo record?
Il professore emerito di ordinamento giudiziario Giuseppe Di Federico lo spiega così: «È forse l’unico caso al mondo in cui un giudizio, affidato peraltro ad appartenenti alla medesima categoria, deve passare per nove gradi. Tre per l’ammissibilità del procedimento, tre per individuare la responsabilità del singolo magistrato, e tre per l’eventuale rivalsa da parte del ministero della Giustizia».

Non bastasse ciò, è dal 13 giugno 2006 che la Corte europea di giustizia ribadisce la sua condanna alla “Vassalli”, ritenendo incompatibile col diritto comunitario la limitazione della responsabilità ai soli casi di «dolo o di colpa grave» del giudice (come prevede l’attuale legge) e richiedendo all’Italia norme che sanzionino la responsabilità del magistrato anche quando abbia commesso una «violazione manifesta del diritto vigente».

Il Csm controllato dai controllati
Dunque, punto primo, i magistrati hanno avuto e hanno il potere di fare il bello e il cattivo tempo in Italia, perché è l’unica categoria di italiani che non risponde dei loro atti, anche nell’eventualità che essi siano illeciti, illegittimi e rechino danno a cittadini singoli o all’intera collettività.

Punto secondo. Perché l’azione dei magistrati è di fatto discrezionale anche se la Costituzione prescrive l’obbligatorietà dell’azione penale? Perché i magistrati possono aprire e riaprire inchieste fotocopia su casi passati in giudicato, ottenere prolungamenti dei tempi di inchiesta e provvedimenti di carcerazione preventiva abnormi, sebbene i codici vietino queste pratiche? Perché possono inventarsi reati non previsti nei codici, tipo “ideatore di frode fiscale” (caso Berlusconi-Mediaset) o “trattativa Stato-mafia” (caso Mori-Mancino-eccetera)?

Perché possono permettersi di investire addirittura il presidente della Repubblica (caso Procura di Palermo-Napolitano) della richiesta di rispondere in sede di processo penale, quando la Costituzione è chiara nel dire che «Il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione», eventualità queste ultime, che per altro esulano dal potere giudiziario, giacché, dice la Costituzione, in questi casi il presidente «è messo in stato di accusa dal Parlamento»? Semplice, i magistrati possono fare queste e tante altre cose ancora: perché non rispondono dei loro atti; perché il Consiglio superiore della magistratura che “governa” la magistratura è governato a maggioranza dagli eletti dei sindacati della magistratura. I quali, per definizione, essendo l’espressione sindacale di un potere corporativo, ovviamente difendono i membri della propria corporazione.

Lo strapotere dei pm
Siccome vige l’obbligo di iscrivere “immediatamente” qualunque notizia di reato nel registro custodito dal pubblico ministero e siccome la fase delle indagini è competenza esclusiva del pm, il quale assume un profilo “politico” nel dirigere organi di polizia giudiziaria (Carabinieri, Polizia, Gdf) che sono alle dipendenze di governo e parlamento, è un fatto che fin dalla loro scaturigine le indagini possono facilmente risolversi in una manomissione della giustizia.
Infatti, i pm possono accordarsi con se stessi o con elementi di polizia alle loro dipendenze (autoproducendosi una “notitia criminis” con una lettera anonima), con amici giornalisti (passando loro uno “spiffero” che pubblicato diventerà “notizia di reato”), con i politici amici (registrando una loro denuncia) e quant’altri. Inoltre, il pm può “insabbiare” un’inchiesta (come suppone l’esposto di Gabriele Albertini al Csm per il caso Penati-Gavio-Provincia di Milano).

A questa condizione di strapotere dei pm si aggiunga che i provvedimenti giudiziari passano al vaglio di giudici che non soltanto fanno parte dello stesso ordine togato, ma stanno negli uffici accanto a quelli dei pm e hanno funzioni intercambiabili rispetto ai pm, poiché un pubblico ministero durante la carriera può diventare giudice e viceversa. In quante occasioni si è notato che il rinvio a giudizio del Gup o la carcerazione preventiva concessa dal Gip non sono altro che copia-incolla delle richieste del pm?
Ora, se misceliamo tutto ciò con il venir meno delle garanzie per gli indagati (abolizione dell’immunità parlamentare, gogna sui giornali fin dalla fase inquirente, impossibilità di difendersi da atti di inchiesta, come perquisizioni e intercettazioni, talora studiati in funzione del loro utilizzo mediatico prima e fuori dal processo), si completa il quadro di una giustizia che, come ha scritto su queste pagine il giudice Guido Brambilla, da vent’anni a questa parte agisce in quadro “tecnicamente politico”, a prescindere dalla buona o cattiva fede del singolo magistrato.

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