Non basta il lavoro per uscire dalla “epidemia della depressione”

Quando la vita sembra diventare mortifera? Quando non agisce. O perché perde l’impiego o perché perde la bussola a causa dell’ansia di “Nuovo” e di “Successo”

Secondo Leopardi, si sa, la terra non è madre ma matrigna. Ci si può convivere con pigrizia (vivendo di rendita o di fortuna ricevuta). Ci si può convivere con distrazione (vivendo di espedienti, sfangandola). Più normalmente, ci si convive con il giudizio, l’azione, il lavoro. Accadono anche eventi inespugnabili. Come l’amore e la morte. Ma è un fatto, dicevano gli antichi, che ciò che chiamiamo “vivere” si rivela mendiante l’agire.

Quando la vita sembra diventare mortifera? Quando non agisce. O perché perde l’impiego o perché perde la bussola («l’attuale diffusione epidemica della depressione» descritta da Massimo Recalcati su Repubblica, 5 maggio, dove si indica quali fattori scatenanti l’ansia di “Nuovo” e di “Successo”). Soprattutto, la vita volge in disperazione quando alla perdita di un lavoro non corrisponde l’opportunità di trovarne un altro. Per questo, punto primo, è ovviamente un’ottima notizia che Letta dichiari di volersi concentrare sulle priorità “giovani e lavoro”. Punto secondo: ma è possibile che “disperazione” c’entri anche con la fine di un mondo in cui comunità e solidarietà non sono solo “volontariato” e “Terzo Settore”, ma esperienza di famiglie e comunità che, si dice, “non lasciano indietro nessuno”?

È così, come sanno i vecchi che riflettono sconsolati sul potere che instilla ansia di “Nuovo” e di “Successo”, perciò teorizza il “gender” per scalzare la comunità uomo-donna-figli e teorizza la “autodeterminazione” per elevare la stupidità a senno. Come sanno i vecchi, non si può tornare al lavoro, alla ripresa, a “non lasciare indietro nessuno”, se non si ricomincia con serietà non tradizionalista dall’antico e insuperato “Dio, patria e famiglia”.