Nicaragua, cento giorni di rivolta e centinaia di vittime

Quattrocentocinquanta morti e altrettanti feriti. A Diriamba nuovo assalto al cardinale Leopoldo Brenes: l’Associated press definisce la scena «disgustosa»

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tratto dall’Osservatore Romano – Nuova aggressione ai vescovi nicaraguensi. A Diriamba un gruppo di sostenitori del governo del presidente Daniel Ortega ha spinto, colpito e graffiato il cardinale Leopoldo Brenes, arcivescovo di Managua, e altri sacerdoti mentre tentavano di entrare nella basilica di San Sebastian. Il vescovo ausiliare, Silvio José Báez, è stato ferito al braccio con un oggetto appuntito. A darne notizia è l’Associated press che definisce la scena «disgustosa», un drammatico esempio — scrive l’agenzia — «di quanto rapidamente un’ondata di disordini abbia inasprito i rapporti tra la Chiesa cattolica e il presidente Ortega».
«ASSASSINI». Il cardinale Brenes e gli altri sacerdoti sono stati insultati e chiamati «assassini» dai sostenitori del governo, sempre stando a quanto riporta la Associated press. Non è la prima volta che i vescovi nicaraguensi sono aggrediti fisicamente. L’ultimo grave attacco — dopo quello ai danni di Brenes, e del nunzio Waldemar Stanisław Sommertag, feriti il 9 luglio in una chiesa sempre a Diriamba — riguarda Juan Abelardo Mata, settantaduenne vescovo di Estelí, ex vicepresidente della conferenza episcopale, tra le voci più critiche della presidenza e membro della commissione episcopale incaricata di mediare il dialogo tra governo e società civile. Il presule è scampato alcuni giorni fa a un agguato delle forze paramilitari.
Domenica scorsa, 22 luglio, il cardinale Brenes ha presieduto a Managua la messa nella chiesa della Divina Misericordia, la chiesa attaccata dai paramilitari dove sono morti due giovani. Nell’omelia il cardinale ha chiesto la ripresa del dialogo e la fine delle violenze. Secondo l’Agenzia Fides, i vescovi si incontreranno una seconda volta questa settimana «per valutare la possibilità di continuare a essere mediatori nel dialogo nazionale». Di recente Ortega ha accusato i presuli di essere «golpisti» e di nascondere armi nelle chiese. Accuse tutte smentite dai vescovi.
«VIETATO DIMENTICARE». E intanto ieri i partiti di opposizione e le ong antigovernative hanno ricordato le vittime della repressione a cento giorni dallo scoppio delle proteste. Cento giorni che hanno lasciato una ferita profonda nel Nicaragua, con quasi 450 morti e altrettanti feriti. Il motto della giornata, scritto ovunque nelle strade di Managua, è stato «vietato dimenticare».
I dati aggiornati sulle vittime sono contenuti nell’ultimo rapporto dell’Associazione nicaraguense per i diritti umani (Anpdh), presentato ieri a Managua. Sono 399 le vittime che sono state chiaramente identificate mentre altre 49 restano ancora sconosciute: si lavora per riconoscerle sulla base di foto, notizie e altri elementi.
«Il popolo nicaraguense si è svegliato e sottolinea che giustizia, democrazia e libertà sono essenziali per costruire il nostro paese» si legge in una dichiarazione comune di diverse ong antigovernative. «Abbiamo mostrato un ammirabile coraggio affrontando in modo pacifico un regime che ha utilizzato le forme di violenza più crudeli e inumane contro i nostri fratelli».
Per celebrare i cento giorni dall’inizio della rivolta (lo scorso 18 aprile) i manifestanti hanno realizzato scene di teatro di strada a Managua, dove nel pomeriggio era in corso una affollata marcia.
Foto Ansa

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