Nevio Scala: «Borussia spettacolo, per il Bayern non sarà facile. Al calcio tedesco è tornata la fame»

Intervista a Nevio Scala, ultimo allenatore ad aver portato il Borussia in semifinale di Champions. «Ora giocano il più bel calcio degli ultimi anni». E annuncia: «Vorrei tornare ad allenare».

Perdere a Madrid 2-0 la semifinale di Champions era già successo al Borussia. Allora però, era il ’98, all’andata era finita 0-0 e il club tedesco non potè andare in finale a difendere il trofeo conquistato l’anno prima. «Il problema di quella squadra è che era sazia dai successi degli anni precedenti», se lo ricorda bene Nevio Scala, che di quel Borussia era allenatore. Fu una stagione strana: vinsero l’Intercontinentale ma in campionato arrivarono solo decimi. Per il tecnico veneto fu il miglior risultato della sua carriera in panchina, che poi lo riportò in Italia al Perugia, e da lì in Turchia, Ucraina, Russia. Ora è fermo dal 2004: «Ma non escludo di tornare presto in panchina: ci sono situazioni concrete». Al calcio tedesco però è rimasto molto legato, e volentieri ha accettato di commentare le due semifinali per tempi.it. «Che spettacolo il Borussia, andrei volentieri a Wembley per la finale: non credo a chi dice che il Bayern avrà vita facile».

Si aspettava un simile exploit delle tedesche?
Alcuni giornalisti spagnoli mi avevano contattato prima delle due semifinali, e ho detto loro: «Attenzione, perché il Borussia gioca il più bel calcio visto negli ultimi anni». È una squadra giovane, con 3-4 giocatori di assoluta straordinarietà ed efficacia, mi piace da matti. Non l’avessi mai detto, e infatti è arrivato in finale.

E il Bayern? È davvero favorito per la finale?
Ho dei dubbi che il Bayern possa avere vita facile. Ieri sera ha dato prova di essere ancora una volta una corazzata perfetta: una squadra che gioca a memoria, con interpreti di qualità. Ma la finale è un match giocato a gara unica, a Londra: non mi permetterei di dire che il Bayern è favorito. Mentre il Borussia Dortmund ha tutte le carte per cercare di passare alla storia.

Ricordando della sua esperienza al Borussia, più di una volta ha raccontato di come in campionato la squadra riuscì poco a girare perché era sazia dai successi dell’anno prima.
Aveva vinto per due anni il campionato, e in Champions aveva battuto la Juve. Quando sono arrivato io c’era difficoltà nel dare motivazioni ai giocatori, specie quando si andava a giocare match contro avversarie di piccola platea, Wolfsburg, Leverkusen… In Champions invece arrivammo fino alla semifinale. Per altro quella partita col Real avremmo potuto vincerla a tavolino, perché i tifosi spagnoli avevano rotto una porta costringendoci ad iniziare la partita con due ore di ritardo. Ma i rapporti coi presidenti erano molto cordiali, e prevalse il fair play.

La fame invece ora è tornata al Borussia.
Dopo che me ne andai, retrocedettero. Avevano tenuto quasi la stessa squadra degli anni prima, non volevano cambiare, ma il ciclo si era concluso. Così penarono per qualche anno, poi però hanno iniziato a crescere: prima puntando su calciatori stranieri che costavano poco, poi soprattutto investendo sui settori giovanili. Con quel lavoro quasi nascosto son riusciti a migliorarsi, di anno in anno sempre un po’ di più, e ora raccolgono tutti i frutti.

Come d’altronde sta facendo tutto il calcio tedesco, ora sinonimo d’eccellenza. Anni fa, invece, sembrava quello che oggi è diventato il calcio italiano. Nel 2000 erano usciti ai gironi degli Europei da campioni in carica, come accadde a noi ai Mondiali del 2010…
Ogni tanto nel calcio nascono dei cicli, che però poi sono destinati a morire. In Germania hanno sofferto per 5-7 anni pagando un difficile cambio generazionale all’inizio del nuovo Millennio, poi hanno deciso di cambiare rotta. Così hanno deciso di scommettere sui vivai e, in più, hanno rifatto gli stadi. Hanno capito prima di noi che la gente deve essere messa in condizione di andare allo stadio e di sedersi a tavola, di portare le famiglie, creando una cultura dello stadio adatta a tutti. Così è stato l’inizio: la gente si è innamorata di questa situazione. Poi certo, anche i club hanno reagito, costruendo squadre che fossero all’altezza, che insomma dessero alla gente un motivo per andare allo stadio. E dall’esempio di uno o due club, pian piano anche le altre sono andate dietro: Schalke, Hertha, Bayer Leverkusen, Werder Brema…

Così la fame è tornata. Come si fa ad averne sempre nel calcio? Penso anche al suo Parma, che a inizio anni Novanta passava da un successo all’altro senza mai essere sazio.
Gli anni di Parma iniziarono con una frase: siamo piccoli ma abbiamo la possibilità di fare qualcosa che entri nella storia. Si è creato da subito un rapporto incredibile con i giocatori e la società, dove non ci si è mai chiesto nulla che non fosse alla nostra portata. La società mi aveva dato grande libertà di scelta, e così si sono formate le basi per arrivare a quei successi. Non c’è mai mancata la voglia, questo perché avevamo un gruppo di giocatori che prima di tutto erano uomini. Ci allenavamo in mezzo alla gente, in città, perché non avevamo centri sportivi specializzati, e così si era costituito qualcosa di unico, agevolato dai giusti innesti che ogni anno facevamo col mercato e anche da un po’ di fortuna. Poi quando il Parma ha voluto fare il passo più lungo della gamba, allora è crollato.

Potremmo avere imprese simili in Italia adesso?
Le dico una cosa fuori dai denti: mi è tornata voglia di rifare quello che avevamo fatto a Parma. E siccome ogni tanto qualche interessamento arriva, allora dico: “Sediamoci e vediamo”. Mi piacerebbe vedere se facendo un passo indietro come cultura, ma approfittando di tutte le tecnologie e le strutture che ora ci sono, si riesce ancora a ricreare qualcosa. Abbiamo venduto molto fumo negli ultimi anni, abbiamo voluto credere che il calcio sia una scienza, ma non credo che gli uomini siano cambiati. Questo sport è una roba molto semplice, dove ognuno deve fare il suo dovere. Io sono sicuro che si possa rifare il Verona di Bagnoli, il Cagliari di Gigi Riva, il nostro Parma o il Chievo di Del Neri.

Quindi lei mi sta dicendo che potrebbe tornare ad allenare presto?
Sì, ci sono già situazioni concrete che si stanno muovendo. Fino ad un anno fa ero io a dire no, adesso mi è tornata la voglia. Può darsi che non succeda nulla, però… Non posso ovviamente dirle chi, ma non faccio distinzioni di squadre, là dove c’è un progetto valido io sono pronto.

Per quanto riguarda il suo Parma, era una squadra che brillava per la gestione quasi familiare del gruppo, ancora lontana dal crac di Tanzi. Qual era la forza del vostro calcio e il calcio italiano degli anni Novanta?
Non è semplice, io posso parlare per la mia squadra. Non erano ancora entrati i grandi capitali della tv, e questo non condizionava ancora le società e i calendari. I giocatori erano più sereni e tranquilli. I soldi aiutano in tante occasioni per arrivare ai risultati, ma a volte possono rendere la situazione meno stabile e difficile da gestire. Il calcio di allora non aveva conosciuto ancora Calciopoli e gli scandali che abbiamo avuto negli ultimi anni, e ancora non vedeva il denaro come motore di questo sport.

A quel Parma mancò solo lo Scudetto. Qualche rimpianto o solo gratitudine per una simile impresa?
Nessun rimpianto. Lo sa cosa mi dicono quando vado a Parma? «Mister, com’era bello quando c’era lei!». Non mi rinfacciano vittorie e trofei, ma si era creato un affetto unico. Avevamo portato 13mila tifosi a Londra, cifra assurda per una città di 100mila abitanti. Cercavamo di vincere, senza però superare i limiti della decenza: il nostro calcio era vero. Questo è il nostro orgoglio, e poi per lo scudetto non eravamo all’altezza. C’era la Juve, ben più forte, anche se l’abbiamo battuta più di una volta. Ecco, forse qualche rimpianto è aver perso alcuni acquisti che avevano praticamente concluso: penso a Ferrara e Luis Figo, che praticamente erano nostri.

C’è chi dice che è dalla Germania che il calcio italiano deve imparare, più che dal mondo inglese. È d’accordo? Vicinanze tra nostro calcio e quello tedesco?
Non sono d’accordo. La mentalità del mondo sportivo tedesco è diversa dalla nostra, sicuramente qualcosa si può cambiare, ma l’ambiente che si respira in Germania è diverso, e non si può calare una realtà come quella italiana in strutture a lei estranee. Ricordo che quando andai in Ucraina riuscimmo a vincere con lo Shakhtar portando certo l’esperienza italiana, ma valorizzando le cose buone che avevano lì. Bisogna fare così, anche se del pallone italiano ora vedo poche cose da salvare: mancano uomini. Ci sono grandi giocatori e dirigenti, ma non campioni, perché manca lo spessore umano e il carattere.