Nell’esercito Usa è in atto una nuova guerra. Contro Dio

Da un anno e mezzo aumentano le denunce dei cappellani, dei soldati cristiani e delle loro famiglie contro gli episodi di discriminazione. Anche durante i funerali è meglio non menzionare Dio.

Ci sono voluti quattro mesi prima che il giudice Lynn Hughes risolvesse la controversia tra l’ufficio veterani dell’esercito degli Stati Uniti e un soldato a cui era stato impedito di pronunciare il nome di Dio nelle sue preghiere. A rivelarlo è la piattaforma internazionale Lifesitenews.com che riporta altri esempi di intolleranza religiosa.

Non era mai successo, ad esempio, che a un cappellano dell’esercito fosse negato di indire una giornata di preghiera e digiuno. E nemmeno che gli fosse proibito di non citare certi passaggi della Bibbia. Né che fosse negata a un soldato la celebrazione di una funzione religiosa in suo ricordo. O di essere minacciati per le proprie posizioni in tema di morale.

Invece è accaduto a Douglas Carlver, cappellano generale dell’esercito degli Stati Uniti, che ha invitato a pregare e digiunare «per la salvaguardia delle nostre radici religiose». La Fondazione religiosa militare americana ha chiesto il suo licenziamento perché il richiamo poteva «sembrare offensivo agli ebrei». A Lisa Ward, invece, è stato proibito di celebrare il funerale del marito morto nell’esercito: «Quando ho presentato la mia richiesta a un ufficiale mi ha detto che ora era proibito farlo. Perché nel funerale si menziona la parola Dio», ha dichiarato la donna. Un altro ufficiale ha costretto invece un veterano a consegnargli la preghiera che aveva deciso di recitare perché fosse visionata prima di essere ascoltata dal pubblico. Mentre un cappellano che, dopo l’abolizione da parte di Obama della legge “don’t ask, don’t tell” che impediva agli omosessuali di esternare in pubblico le loro tendenze, aveva chiesto di mantenere la cappella uno spazio sacro, si è sentito rispondere che «nonostante il tuo desiderio la cappella diventerà un luogo neutrale in cui sarà ammessa qualsiasi unione». Un altro cappellano, invece, per aver semplicemente domandato al generale dei comandati, Mike Mulle, «se potevano continuare a parlare dell’omosessualità come di un atto disordinato, e quindi di un peccato, come dice la Bibbia», si è sentito rispondere: «Cappellano, se non ti allinei farai meglio a dare le dimissioni!».

Per questo, durante un convegno di tutti i cappellani militari degli Stati Uniti, è stato sottolineato il rischio seguito all’abolizione della norma “don’t ask don’t tell” in nome della non discriminazione: «Di fatto per noi è diventato spesso difficile, se non punibile, leggere certi passaggi della Bibbia, come il Levitico, o del Vangelo, pregare forte il nome di Dio a un funerale, o celebrare pubblicamente il nostro culto». Lo studio legale di Shackelford, fra i maggiori per la difesa della libertà religiosa in America, ha contato «troppi casi da seguire tutti insieme: su un arco di dieci anni, negli ultimi diciotto mesi abbiamo assistito a un’escalation enorme di denunce».