Nasce il comitato italiano contro il sopruso dell’utero in affitto, «prima che sia troppo tardi»

La scrittrice Francesca Romana Poleggi racconta ragioni e iniziative dell’associazione “Di mamma ce n’è una sola”, fondata per far conoscere anche nel nostro paese la verità sulla pratica disumana della maternità surrogata

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«La maternità surrogata sarà presto sdoganata. In fondo cosa fanno già i giornali quando ci presentano la foto di Elton John con il suo compagno e i figli concepiti affittando l’utero di una donna di un paese in via di sviluppo? Noi sorridiamo dolcemente, ma qual è l’altra faccia della medaglia?». È proprio per parlare di quello che sta dietro la pratica dell’utero in affitto che è nato il comitato “Di mamma ce n’è una sola”. La scrittrice Francesca Romana Poleggi ha deciso di farne parte insieme alla deputata Eugenia Roccella, a Olimpia Tarzia, presidente del Movimento Politica Etica Responsabilità, ad Assuntina Morresi, docente all’Università di Perugia e al saggista Francesco Agnoli.

UN DIRITTO PER TUTTI. È noto che la maggioranza delle “madri surrogate”, spesso pagate una miseria per concepire bambini tramite questa tecnica e poi separate dai figli dopo la gravidanza, è composta da donne povere e sfruttate. Di questo mercato si conoscono sia il giro di affari milionario, sia i risvolti tragici, come i casi di donne spinte a ricorrere all’aborto quando gli embrioni impiantati in utero sono troppi o non più voluti dai committenti. «Ma tutte queste cose si evita di ricordarle – dice Poleggi – perché per soddisfare il desiderio di un occidentale adulto si può sacrificare qualsiasi persona più debole». Eppure sono cose di cui bisognerebbe tenere conto quando si parla di “conquiste civili”: la maternità surrogata, infatti, «è il passo che viene dopo il matrimonio omosessuale, dato che è l’unico modo attraverso cui una coppia gay può concepire un figlio: in Francia dopo il “matrimonio per tutti”, il Parlamento si appresta a discutere la “fecondazione per tutti”», ricorda la scrittrice.

FAZIOSAMENTE INDIGNATI. Poleggi sostiene che si debba riflettere su una contraddizione, ci indigniamo per la violenza contro l’ambiente e gli animali, ma non per quella contro l’uomo. «È come se l’essere umano fosse diventato il principale nemico di se stesso, tanto da ritenersi meno importante delle altre specie viventi». L’altro cortocircuito è del pensiero femminista che su una pratica come l’utero in affitto «dovrebbe stracciarsi le vesti», osserva Poleggi. «Il femminismo è nato gridando: “Il corpo è mio”. Perché non guarda a cosa succede alle donne che, dietro pagamento, affrontano gravidanze e parti sapendo che alla fine dovranno cedere il neonato a chi glielo ha commissionato, spesso illegalmente?». Tra l’altro, nel disinteresse generale, questa pratica si sta diffondendo. Come mai? «È possibile capirlo facendo un giro sul web: le agenzie che offrono servizi di maternità “conto terzi” hanno specifiche sezioni dedicate alle coppie omosessuali maschili. La spinta viene sopratutto da questo mondo. È questo il problema, ma è un problema “indicibile”, perché se oggi dici una cosa che contrasta con le istanze degli attivisti gay sei considerato un fascista, non importa se la loro azione è giusta o sbagliata».

L’AZIONE PREVENTIVA. Perciò il comitato “Di mamma ce n’è una sola” intende agire preventivamente, «prima che sia troppo tardi». Cioè prima che anche qui siano prese decisioni che porterebbero l’Italia a favorire questo sopruso. «Dal punto di vista operativo pensiamo di dar vita a intese e collaborazioni con le associazioni e le istituzioni di ogni Regione, contro la mercificazione del corpo delle donne e dei bambini». Non solo, il comitato promuoverà iniziative culturali per far conoscere quello che per il mondo dell’informazione è un tabù: «Per raccontare al paese cosa accade alle donne sottoposte a queste pratiche con incontri, conferenze e mostre. Bisogna poi cominciare a sensibilizzare i politici da subito. Per questo chiederemo a ogni parlamentare di sottoscrivere il nostro manifesto».

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