Nai, Oki, default e dracma. Piccolo vademecum sulla Grexit

Cosa succede se al referendum vince il sì? E se vince il no? Quali sono le conseguenze per il paese ellenico? Breve guida

Con il referendum di domenica 5 luglio i greci decideranno se dire nai o oki, sì o no, al piano di aiuti proposto dall’Unione Europea. Cosa succederebbe se la Grecia accettasse de facto di rimanere sotto l’ombrello della troika? Cosa accadrebbe, invece, se riaffermasse la sovranità che sente negata?

Vincono i sì
Apparentemente, è la soluzione più semplice: si riaprono i negoziati alla ricerca di un compromesso, e la crisi è, per il momento, scongiurata. Dalla scena scompare il controverso ministro dell’economia ellenico Yanis Varoufakis, considerato il vero “falco” del no e quindi lo sconfitto per eccellenza.
Il compromesso tra le parti, però, non è scontato. Per quanto ci siano tutti i presupposti per ritrovare il lume della ragione in questo dialogo fra sordi, non è detto che ci si riesca e non si ritorni esattamente al punto di partenza.

Vincono i no
La faccenda si complica. Alexis Tsipras, che non è propriamente un merkeliano, diventerebbe ancora più ostaggio delle posizioni radicali dei ministri del suo governo. La Grecia tornerebbe al tavolo dei negoziati, ma lo scenario potrebbe prendere strade sempre più irte di insidie.
Si cerca e si trova un compromesso di sorta tra le parti, la Grecia fa valere le sue posizioni ricevendo l’ennesimo taglio del deficit a suo favore e con esso l’ossigeno necessario per ricominciare una vita quanto più possibile normale. A che prezzo? Si parla di una sforbiciata da diverse decine di miliardi per cominciare, e tra questi ci sono anche quelli prestati dall’Italia.
Altra alternativa: le posizioni oltranziste elleniche si scontrano con quelle ancor più reazionarie dei rigoristi europei, la Grecia non paga i suoi debiti e finisce in default.

Le conseguenze del default
Si torna alla dracma. La Grecia è fuori dall’area euro, stampa la sua moneta che subisce una svalutazione dovuta all’instabilità che consegue all’abbandono di un “porto sicuro”, com’è l’Europa, per i marosi dell’Egeo. Spiegava ieri Carlo Altomonte, professore dell’università Bocconi, al Corriere della sera: «Sarà come una sorta di grande patrimoniale per tutti i cittadini greci. La Grecia diventerà più competitiva, ma eroderà i risparmi. Tenuto conto che importa quasi tutto, i prezzi aumenteranno». In una parola: “iper-inflazione”, un termine che in Europa non si sentiva dagli shock petroliferi degli anni Settanta. Il potere d’acquisto dei salari diminuirebbe drasticamente, cosa che peserebbe soprattutto sui prodotti importati e la Grecia non produce in casa neppure l’insulina.

Quanto varrebbe la nuova moneta?
In economia c’è una regola: la moneta cattiva scaccia quella buona, e questo avviene perché quella cattiva (la dracma, nel nostro caso) sconterebbe da subito un deprezzamento reale rispetto al cambio nominale con l’euro: in teoria varrebbero lo stesso, ma sul mercato nessuno accetterebbe di scambiare un euro con una dracma, perché non sa quanto varrà la nuova moneta nell’immediato futuro. È ciò che si chiama “il valore della stabilità”. La moneta europea avrebbe una circolazione parallela come riserva di valore perché ritenuta più solida e affidabile, ruolo tradizionalmente proprio del dollaro.

Foto Ap/Ansa