Monti annuncia e smentisce la patrimoniale. Storia di una tassa che piace a sinistra

Il balzello che Amato approvò con un blitz in una notte d’estate nel ’92 questa volta è stato annunciato dal premier ma smentito dai suoi portavoce. A chi credere?

Il partito della patrimoniale esce di nuovo allo scoperto. Solo che questa volta è anche al potere. Il presidente del consiglio Mario Monti, intervenendo questa mattina a Milano al forum italiano del Financial Times ha detto che «vorremmo introdurre una tassa generalizzata sui patrimoni ma non avendo gli strumenti non vorremmo favorire l’allontanamento dei capitali». In ogni caso, ha precisato Monti, l’eventuale tassa «non verrà introdotta nottetempo, ci sono passi che stiamo facendo». Passi avanti verso «una tassa che va sdrammatizzata considerato che esiste già in alcuni paesi estremamente capitalisti», ha detto il premier. Poi è intervenuto l’ufficio stampa di palazzo Chigi per smorzare i toni. «Dopo aver precisato di non essere pregiudizialmente contrario ad una modesta tassazione generalizzata del patrimonio – ha ricostruito l’ufficio stampa in una nota – il presidente ha ricordato il contesto in cui il governo ha operato e i vincoli alle scelte in materia di imposizione fiscale, in particolare la mancanza di una base conoscitiva sufficientemente dettagliata e la necessità di evitare massicce fughe di capitali all’estero. Non essendo perciò realizzabile una tassazione generalizzata del patrimonio, il governo nel dicembre 2011 è intervenuto, con l’approvazione di tutti i partiti della maggioranza, su varie componenti della ricchezza patrimoniale separatamente, con un risultato effettivo in qualche modo paragonabile. Tutto ciò Monti ha chiarito come spiegazione delle decisioni allora adottate, non come premessa di futuri interventi», conclude la nota.

CHI NON MUORE SI RIVEDE. Non riuscendo a condurre una seria lotta all’evasione fiscale e temendo la fuga dei capitali all’estero, dunque, l’esecutivo dei tecnici alza bandiera bianca e, per provare a rattoppare le falle del bilancio pubblico, colpisce ancora una volta dove è certo di battere cassa. Dopo i diversi inasprimenti fiscali approvati in questi mesi (l’Imu in primis) e in attesa di quelli che ancora hanno da venire (l’aumento dell’Iva), il governo annuncia l’ingresso sulla scena della “tragedia” economica italiana anche della patrimoniale. Già due anni fa, verso dicembre, mentre tutta Italia si interrogava sui possibili strumenti per combattere la crisi e la speculazione finanziaria sul paese, iniziarono a fioccare da più parti le proposte di adottare una patrimoniale. Le due ipotesi più note furono quelle di Amato e di Capaldo. Giuliano Amato, leader socialista che una patrimoniale riuscì anche a farla approvare con un blitz notturno dell’11 luglio del 1992 (allora fu un prelievo forzoso del 6 per mille sui conti bancari), propose una nuova soluzione “30x30x30”: un balzello da 30 mila euro per ogni italiano appartenente al 30 per cento più abbiente della popolazione, da pagare in due anni per ridurre del 30 per cento il debito pubblico dal 118 all’80 per cento circa del pil. Pellegrino Capaldo, esperto di finanza pubblica della sinistra Dc, invece, propose di applicare un’imposta sugli immobili, fra il 5 e il 20 per cento del loro valore, al fine di dimezzare il debito pubblico, fino a portarlo in prossimità del 60 per cento sul pil. «Mattane», «fissazioni neostataliste» non aveva esitato a descriverle sul Foglio, l’economista Francesco Forte.

MA CHI VOLETE INGANNARE? «C’è molto altro da fare prima di ricorrere a un’imposta straordinaria che potrebbe determinare contraccolpi negativi» per l’economia, aveva ammonito dalle colonne di Avvenire il 29 gennaio 2011 Alberto Quadrio Curzio, docente di Economia alla Cattolica di Milano. Quadrio Curzio, pur dichiarandosi «non contrario in via di principio alla patrimoniale», spiegava quali fossero le «altre strade da percorrere in via prioritaria. A cominciare da una più stretta lotta all’evasione fiscale, a tagli e razionalizzazione della spesa pubblica, fino a un ulteriore vendita di parte del patrimonio pubblico, in particolare quello immobiliare, già individuato con il provvedimento sul “federalismo demaniale”».
Strade che l’armata dei tecnici alla guida del paese ha solo timidamente provato a percorrere in questi mesi, più con annunci ad effetto che però son rimasti parole che non con energici provvedimenti e fatti. Ecco allora che anche Monti va a riscuotere dove è certo di poter raccogliere: nelle tasche degli italiani. Perché optare per una patrimoniale non significa altro che «trasferire rapidamente risparmio privato nelle casse dello stato e, in questo modo riequilibrare lo stato patrimoniale del paese Italia in attivo dal lato non pubblico della sua economia», come spiegava Edoardo Narduzzi su ItaliaOggi del 6 gennaio 2011. Ma si tratterebbe di un «intervento da solo inadeguato a correggere la tendenza a produrre disavanzi annui, al netto della spesa per interessi, perché la spesa corrente è maggiore delle entrate correnti», chiosava infine Narduzzi. «Non si risanano le finanze pubbliche inventando ricchezza solo per fare cassa, come è tipico di ogni stato in bolletta», gli ha fatto eco Corrado Sforza Fogliani, presidente di Confedilizia su Il Giornale dell’11 dicembre 2010. Monti ora pare che abbia parzialmente smentito le voci. Ci sarà da credergli? Difficile dirlo. Dopo l’approvazione della legge di stabilità, forse ne sapremo qualcosa di più. Per ora accontentiamoci dell’unica certezza che il premier ci ha lasciato questa mattina: «La crescita può tornare non appena sarà risolta la crisi della zona euro». Come dite? Moody’s ha rivisto al ribasso i dati sul pil dal -2 al -3 cento nel 2012 e del -1 nel 2013? Ah, bene, non lo sapevamo.