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Mondiali. Perché la grande stampa tifa Francia in finale

luglio 13, 2018 Leone Grotti

Il Washington Post elogia i galletti perché rappresentano «il multiculturalismo e il coraggio dei migranti che raggiungono il successo nonostante la discriminazione». Ma Jules Rimet non diceva di non buttarla in politica?

Jules Rimet, l’avvocato cattolico francese a cui tutti siamo eternamente grati perché si è inventato la Coppa del mondo, lo ha sempre detto: lasciate fuori la politica dai Mondiali. Non era facile difendere questa posizione dopo la Prima Guerra mondiale, quando l’Inghilterra respinse la sua idea per non dover giocare contro i suoi ex nemici. È stato ancora più difficile perorare la causa nel 1934, quando Benito Mussolini sfruttò la competizione per alimentare la propaganda fascista. Non parliamo del 1938, quando i giocatori tedeschi esibivano il saluto nazista prima di scendere in campo. Ma Rimet ha tenuto duro, non ha mai escluso nessuno dalla competizione per motivi politici, si è giocato il premio Nobel e ha insistito: i Mondiali c’entrano con il calcio e lo sport. E basta.

LA STAMPA TIFA FRANCIA. Ma sempre proprio impossibile non buttarla in politica e così tutta la grande stampa mondiale tifa Francia, augurandosi che vinca contro la Croazia in finale. Perché? Perché, come scrive il Washington Post, i Bleus sono l’emblema dell’Europa che si fonda «fortemente sulle comunità immigrate» e testimoniano «non solo il multiculturalismo della società che rappresentano, ma anche il coraggio e la determinazione dei migranti in Europa, che raggiungono il successo nonostante le avversità e la discriminazione diffusa».

IL CALCIO È POLITICO. Ben 17 galletti su 23 sono figli di immigrati di prima generazione, tanto che secondo molti la vittoria della Francia sarebbe un po’ la vittoria dell’Africa. «La Francia deve tutto all’Africa», ha scritto ad esempio l’accademico Gregory Pierrot, sottolineando colpe e nefandezze dei colonizzatori. La vittoria della Francia fornirebbe anche una quanto mai necessaria «storia a lieto fine di integrazione e successo», perché Mbappe o Umtiti non sono semplicemente «bravi a giocare», ma «ora sono anche ricchi e in prima fila nella élite culturale globale». I giocatori francesi sembrano essere consapevoli che il significato della finale va ben oltre lo sport e la sana competizione. Come ha scritto Matuidi su Facebook: «Il calcio è un modo di diffondere uguaglianza, passione, ispirazione. Io sono qui per questo». Per lui, sottolinea il quotidiano americano, «il calcio è politico in sé».

SUL TETTO DEL MONDO. Dunque vive la République, vive la France e il calcio che si fa politica e una finale che diventa intrinsecamente uno spot per l’Europa che si fonda sui migranti e vince solo grazie a loro. Il quotidiano liberal avrebbe preferito in questo caso una finale tra Francia e Belgio, peccato invece che abbiano dovuto sfidarsi in semifinale, peccato che all’ultimo atto della Coppa del mondo sia arrivata la Croazia, che non rivendica nulla politicamente ma vorrebbe soltanto entrare nell’Olimpo del calcio mondiale vincendo la coppa. Non è questa l’Europa che il Washington Post vuole vedere sul tetto del mondo. Solo la vittoria della Francia sarebbe anche «una vittoria del sogno degli immigrati». Chissà cosa direbbe Jules Rimet.

Foto Ansa

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