Milioni di persone stanno morendo di fame in Corea del Nord

Solo 6 dei 29 milioni di abitanti si nutrono regolarmente. Due terzi della popolazione soffre la fame. Un chilo di riso costa quanto lo stipendio mensile di un operaio. 50 mila cristiani in galera (sui 400 mila censiti). Il vescovo di Piong Jang dato ufficialmente per “disperso”. Sempre più tragica la situazione nel paese comunista

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Pubblichiamo l’articolo che appare sull’Osservatore Romano, appena uscito in edicola, dal titolo “Le tensioni politiche non fermano gli aiuti alla Corea del Nord”

Seoul, 10. «La nostra speranza è che le tensioni politiche non fermino gli aiuti umanitari al nord per milioni di affamati». È quanto sottolinea padre Gerard Hammond, missionario di Maryknoll e direttore dei programmi per la Corea del Nord della Caritas Corea. Il religioso, che a partire dagli anni Novanta del secolo scorso ha compiuto numerose missioni (almeno una trentina) in Corea del Nord, rimarca come «in questa stagione la crisi si fa più acuta e gli aiuti sono urgenti». Per questo la Caritas cerca di richiamare l’attenzione mondiale sulle milioni di persone che attualmente soffrono di povertà e stenti, mentre l’opinione pubblica sembra concentrarsi esclusivamente sulle sfide e i cambiamenti possibili con il Governo del nuovo leader nordcoreano Kim Jong-un.

Nei giorni scorsi Caritas Internationalis ha pubblicato un appello in cui si esorta la comunità mondiale «a non trascurare milioni di persone che soffrono la fame nel Paese asiatico». Inondazioni, un inverno rigido, le infrastrutture agricole carenti e l’aumento dei prezzi alimentari hanno lasciato circa due terzi della popolazione totale (nel complesso 24,5 milioni di persone) senza cibo a sufficienza. Nel dicembre scorso, inoltre, il segretario generale di Caritas Internationalis, Michel Roy, ha tenuto un incontro a Seoul per discutere della crisi alimentare in Corea del Nord e pianificare strategie di intervento. «La malnutrizione — ha evidenziato — ha lasciato bambini, donne incinta e anziani così indeboliti che, quando arriva una nuova crisi, il suo impatto è ancora più pericoloso. L’imperativo umanitario è che la gente della Corea del Nord riceva aiuti e non sia tenuta in ostaggio dalla geopolitica». Infatti, secondo il Programma alimentare mondiale, solo il 6 per cento delle famiglie in Corea del Nord ha consumi di cibo tali da soddisfare il fabbisogno giornaliero. Mentre i due terzi della popolazione non mangiano abbastanza né regolarmente.

Per fronteggiare questa situazione, spiega padre Hammond, «la Caritas Corea segue programmi di aiuto umanitario, sicurezza alimentare, sanità, riferiti soprattutto a tre categorie di persone più vulnerabili: donne, bambini e anziani». Il religioso auspica pertanto che «la comunità internazionale tenga in debito conto la crisi umanitaria al Nord» e che «l’aiuto a chi soffre di fame non sia politicizzato». Una nuova missione della Caritas al Nord sarà organizzata, con ogni probabilità, in primavera. Infatti, anche secondo il programma alimentare dell’Onu, in Corea del Nord è già in corso un dramma umanitario che la crisi politica e le sanzioni internazionali corrono il rischio di nascondere e aggravare. Dopo vari cattivi raccolti, almeno 8,7 milioni di persone (il 40 per cento della popolazione) hanno bisogno di aiuti alimentari. La gente, insomma, sopravvive a stento in un Paese nel quale un chilo di riso costa quanto la paga mensile di un operaio.

In aiuto dei più poveri, la Caritas coreana ha installato nella capitale Pyongyang un laboratorio in cui vengono selezionate patate resistenti ai virus e forniti gratuitamente farmaci, vaccini e attrezzature mediche di vario tipo. Inoltre, in occasione del recente Natale, è stata promossa una raccolta fondi che ha permesso di inviare circa cento tonnellate di farina destinate a soddisfare le necessità di un ospedale e di un asilo nido.

La Caritas anche in futuro continuerà a stare accanto ai nordcoreani. «La carità — ha ribadito l’arcivescovo Osvaldo Padilla, nunzio apostolico in Corea e in Mongolia — non conosce frontiere». Di recente monsignor Luke Kim Woon-hoe, vescovo di Ch’unch’ŏn e presidente del Comitato per la riconciliazione, ha rivolto un messaggio di perseveranza e di speranza: «Nessuno sa quando arriverà il momento della riunificazione del Nord e del Sud. Dobbiamo dunque prepararci a quel giorno fin da oggi, anche se la Corea del Nord e la Corea del Sud sono nemiche e il cammino verso la riunificazione in questo momento sembra impossibile». In questa prospettiva, tutti gli anni, il 25 giugno, giorno che ricorda la fine della guerra del 1950-1953, la Chiesa in Corea del Sud prega «per la riconciliazione e l’unità del popolo coreano». Nel marzo scorso, l’arcidiocesi di Seoul ha accettato cinque seminaristi che hanno chiesto di consacrarsi al servizio dei nordcoreani; fra sette anni, al termine del loro cammino di formazione al sacerdozio, i cinque saranno ordinati per la diocesi di P’yŏng-yang, una giurisdizione ecclesiastica il cui vescovo, Francis Hong Yong-ho, risulta ufficialmente «disperso» e il cui amministratore apostolico è il cardinale Nicholas Cheong Jinsuk, arcivescovo di Seoul. Per i battezzati della Corea del Nord la situazione permane oltremodo difficile: secondo il rapporto 2011 «Missione Porte Aperte», dei 400.000 cristiani che vivono nel Paese cinquantamila sono detenuti a causa della loro fede.

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