Milano, Rozza (Pd): «Troppi primi della classe nel mio partito»

Carmela Rozza, capogruppo del Pd a Milano, interviene su Tempi.it nel merito della tanto dibattuta questione morale: «C’è un errore antropologico, che ci portiamo dietro dal ‘92: il pensare che da una parte, la nostra, vi siano gli onesti, e dall’altra i disonesti. Dobbiamo superare questo assunto privo di fondamento»

Se Filippo Penati ha consegnato le dimissioni, nel Pd si continua a discutere di questione morale e di credibilità. Tempi.it ha chiesto un parere a Carmela Rozza, milanese, ex responsabile Cgil per la sanità pubblica e privata, segretario del Sunia (il sindacato degli inquilini) dal 1999, ora capogruppo del Pd nel capoluogo lombardo.

Stamane Pier Luigi Bersani ha scritto al Corriere. Se da una parte ha chiesto “una legge sui partiti che garantisca bilanci certificati”, dall’altra ha ammesso un certo turbamento: “Abbiamo recentemente approvato un codice da sottoscrivere da parte dei nostri amministratori per garantire trasparenza dei loro redditi e nelle procedure di appalto e di gestione del personale”. A quanto pare, non è sufficiente.
Il nostro codice etico, approvato nel 2008, è di tipo comportamentale e prevede ad esempio che in caso di rinvio a giudizio si presentino dimissioni, per rispetto delle istituzioni. Ovviamente questo non si traduce nel puntare il dito: noi da sempre manteniamo una posizione garantista. Si tratta piuttosto di un richiamo alla responsabilità: prevediamo che non ci siano doppi incarichi e ci impegniamo alla trasparenza. Detto questo, è comprensibile che se le indagini vanno a toccare, come in questo caso, un dirigente tra i più in vista del partito, il clima non sia sereno. Lo sconcerto è salutare, e mi fa piacere che ci sia.

Dal suo punto di vista, che errori ha fatto il Pd nella gestione politica e anche mediatica della vicenda?
Lo dico da vecchia garantista, dato che lo sono dagli anni Settanta, passando da Bettino Craxi a Silvio Berlusconi, e penso che secondo la nostra Costituzione vadano tutelati i più deboli, non i più forti. C’è un errore antropologico, che ci portiamo dietro dal ‘92: il pensare che da una parte, la nostra, vi siano gli onesti, e dall’altra i disonesti. Dobbiamo superare questo assunto privo di fondamento. Siamo tutti a rischio, umanissimo, ognuno all’interno del suo partito di riferimento.

I “rottamatori milanesi” (da Majorino al coordinatore cittadino del Pd Francesco Laforgia) hanno preso spunto dallo scandalo Penati per invocare nuovamente il ricambio generazionale. Il nemico peggiore è fuori o dentro il partito?
Vorrei ricordare che entrambi i soggetti fanno parte della generazione che almeno dal 2006 ha governato il partito a Milano. In politica esistono molti vecchi giovani, e altrettanti giovani vecchi: i dirigenti si selezionano per capacità, punto. È giusto che i cosiddetti giovani si cimentino in responsabilità, ma eviterei di strumentalizzare vicende che necessiterebbero di un approccio equilibrato, solo per avere un posto al sole.

La vicenda rischia di travolgere anche la segreteria nazionale, dato lo stretto rapporto che c’era tra Penati e Bersani. Rosy Bindi ed Enrico Letta hanno entrambi precisato che le questioni che coinvolgono Penati riguardano “un altro partito, non il Pd”, a riprova delle tensioni interne che in caso di tempesta tendono a emergere con più evidenza. Potrà mai esistere un Pd non fratricida?
Me lo auguro, e ritengo che questi siano atteggiamenti sbagliati, a prescindere dai fatti su cui si sta indagando. Non riguardano Ds o Pd, riguardano tutti, riguardano un partito che ha il dovere di far fronte alle esigenze del Paese. Ci vorrebbe un po’ di sana prudenza. Ci sono un po’ troppi primi della classe. E ricordo che quando i Ds fecero i primi della classe, vinse Berlusconi.