Milano fa marcia indietro sulla delibera liberticida

A seguito delle proteste, il provvedimento che escludeva dal bando chi è contro aborto, Dat e unioni civili è stato ritirato. La Chiesa smetta di sorvolare

Sapete che fine ha fatto la “famigerata” delibera 23 del Municipio 3 di Milano di cui tempi.it aveva dato notizia il 23 marzo scorso? Notizia a cui poi erano seguite numerosi articoli di stampa e gli interventi in Comune dei consiglieri Luigi Amicone e Matteo Forte. L’articolo riportava gli sconcertanti paletti inseriti nella delibera: si trattava di un bando per l’assegnazione di un negozio di proprietà del Comune, che escludeva dalla partecipazione ogni associazione contraria all’aborto, alle Dat (Dichiarazioni anticipate di trattamento) e alle unioni civili. Ebbene, pubblichiamo di seguito l’aggiornamento che ci ha inviato Nicola Natale, consigliere di Milano Popolare al secondo mandato, il primo ad aver sollevato obiezioni in Consiglio e rendere noti i contenuti della delibera al di fuori della rocca dem del Municipio 3.

Caro direttore, a seguito delle proteste (qualcuno ha usato anche l’espressione di «fascismo rosso») la delibera è stata ritirata e ripresentata eliminando le suddette esclusioni.

L’acquiescenza non paga. Il contrasto civile, pacato, convinto e corretto è in grado di fermare derive ideologiche e permette una più corretta e precisa conduzione democratica della politica. Possiamo pensare cose diverse, ma non possiamo prevaricare chi la pensa diversamente. Accettiamo quanto accaduto e soprattutto la riposizione delle decisioni della giunta su un piano democratico e di rispetto. Non accettiamo però quanto affermato da uno degli assessori della Giunta (Massimo Scarinzi, ndr) in coda all’informazione sul ritiro della delibera 23: «Noi, Giunta e Consiglio… manterremo alta l’attenzione rispetto alle attività oscurantiste e reazionarie perché sono cose che negli spazi del Comune di Milano non devono esserci». Aggiungendo poi: «Trovo queste polemiche prive di fondamento considerato che le linee guida di assegnazione sono state validate dai dirigenti».

UN TESTO ANTICOSTITUZIONALE

Che strana idea di democrazia. I dirigenti valutano il documento nella sua veste formale, ma non hanno il compito di entrare nelle scelte politiche, anche se in questo caso il rispetto per la legge avrebbe dovuto essere preso in seria considerazione. Numerosi articoli della Costituzione garantiscono il rispetto della libertà ed eguaglianza dei cittadini (art. 2 e 3), il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda (art.19), riconoscono la libertà di pensiero e la libertà di espressione ad ogni cittadino singolarmente o riunito in associazioni (art. 21). La legge tutela il diritto di non essere discriminati in nessuna forma e in nessun contesto: abbiamo garanti e forme di tutela della pari dignità di fronte alla legge, ogni discriminazione è di per sé un vulnus democratico. In questo caso si creava anche un possibile danno economico per cui il danneggiato poteva trovare difesa di fronte al Tribunale.

L’ACQUIESCENZA NON PAGA

Non dobbiamo inoltre sorvolare sul fatto che l’associazione delle tre modalità di esclusione (aborto, Dat e unioni civili) contraddistingue un settore della popolazione che si riconosce nella dottrina della Chiesa cattolica. Anche la Chiesa dovrebbe prendere coscienza dei continui attacchi che le vengono portati dai politici che usano del potere loro attribuito democraticamente non già per affermare il bene comune ma per imporre la loro ideologia a tutto campo. Il richiamare soltanto al dialogo e alla comprensione non serve a proteggere i cattolici dalla invasione del pensiero unico. Solo il pacato, tranquillo, sereno contrasto alle imposizioni ideologiche può permettere la pacifica convivenza.

Foto Ansa