Milano, è tempo di bilanci. Tutti i numeri del disastro Pisapia (che ha raddoppiato le tasse)

Domeniche a piedi, tariffe aumentate, figuracce con la comunità ebraica, tagli alle paritarie dell’infanzia e spesa alle stelle. Il bilancio di metà mandato della giunta Pisapia

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Settembre, tempo di bilanci. Non solo per il Comune che, in quanto ente locale, ha ottenuto una proroga al bilancio di previsione e per la quale stiamo iniziando solo ora il lavoro nelle commissioni consiliari. È tempo di bilanci anche per la giunta Pisapia arrivata a metà mandato. Due anni e mezzo trascorsi all’insegna del paradigma amministrativo del “tassa e spendi” in cui il fisco locale ha conosciuto il raddoppio delle entrate tributarie: prima dell’insediamento di Pisapia i milanesi versavano nelle casse comunali 631 milioni di euro, il consuntivo 2012 segna 1 miliardo e 285 milioni.

E in tempi di vacche magre per le finanze pubbliche, dove i tagli statali ai trasferimenti hanno sottratto a Milano circa 300 milioni dal 2010, la sinistra meneghina nel solo ultimo rendiconto votato in aula ha segnato un aumento della spesa di 253 milioni di euro. Un fatto che lo scorso 2 agosto ha fatto accertare alla sezione regionale di controllo della Corte dei Conti «un costante squilibrio di parte corrente registrato nell’ultimo triennio» cui occorre mettere riparo. Si è passati infatti dai 2 miliardi e 252 milioni spesi nel 2010 ai 2 miliardi e 505 milioni nel 2012: un aumento del 10 per cento in due anni.

Del resto, già con l’addio di Tabacci e la nomina del nuovo assessore al Bilancio Francesca Balzani si era scoperto che Milano si trovava di fronte ad uno sbilanciamento delle uscite rispetto alle entrate di 437 milioni. Un allarme rilanciato il 9 giugno sul Corriere della Sera dall’assessore al Commercio D’Alfonso, che parlava di bilancio «fuori controllo» e ripetuto poche settimane dopo dalla stessa Balzani secondo cui ci sono «molti milioni di euro (sono più di 80, ndr) che vengono assegnati ogni anno senza verificare come vengano spesi e se chi li riceve ha i requisiti richiesti».

Ma alle spese allegre si affiancano anche precise scelte politiche fatte dal sindaco in questi anni. Ci sono le iniziative ecologiche che hanno esclusivi intenti pedagogici rivolti ai cittadini (ogni Domenicaaspasso costa mediamente 250 mila euro). E poi c’è da ricordare la scelta di ben 3 vicedirettori generali, individuati da una società esterna che ha vinto un apposito bando per gestire la ricezione di 800 curriculum e 80 colloqui. Così come è da annoverare l’esplosione della spesa di personale ex articolo 90 (addetti assunti a tempo determinato e senza una selezione concorsuale), che ha raggiunto il totale di oltre 1 milione di euro.

 Situazioni che stridono di fronte alla scelta di esternalizzare alle cooperative servizi come il sostegno ai bambini disabili negli asili, per sottopagarne i dipendenti (16,94 all’ora, circa 3 al di sotto di quanto previsto dal contratto nazionale della relativa categoria) con il rischio di mettere a repentaglio la qualità dell’offerta stessa. Situazioni che stridono anche con le delibere di giunta del 24 maggio scorso con cui si tagliano i contributi all’assistenza domiciliare e ai soggiorni sollievo per le famiglie con portatori di handicap.

I tagli sulla “carne viva” dei più deboli stridono perché non è vero che “lo Stato costringe a farlo”. Pur tenendo nella giusta considerazione le esigenze di bilancio, infatti, si può scegliere di ripensare l’erogazione diretta da parte del Comune continuando a garantire l’offerta di servizi essenziali attraverso la valorizzazione dell’iniziativa privata, o limitandosi a finanziare la libertà degli utenti di scegliere da quale operatore farsi erogare una prestazione. Un esempio su tutti: i Centri Diurni per i Disabili comunali offrono meno posti e sono più costosi di quelli privati convenzionati.

Nei 15 gestiti direttamente dall’amministrazione si contano 405 posti, ma solo 350 frequentanti (nonostante le liste d’attesa contino 100 persone). Nei 23 privati convenzionati, invece, si ha una disponibilità di 521 posti e si contano 523 frequentanti. Ciò a fronte di oltre 7 milioni di risorse destinate ai Cdd comunali (al netto di altre spese quali quelle per il mantenimento delle strutture, i trasporti, eccetera), e 5 milioni e 500 mila euro destinati da Palazzo Marino all’offerta del privato sociale.

L’educazione ostaggio dei pregiudizi
Tuttavia quando si affronta questo tipo di discorso subentra un ostacolo di natura ideologica. La sinistra è ancora ostaggio di un antico pregiudizio, per il quale in un momento di crisi è portata a ritenere che occorra tagliare convenzioni e committenze per custodire i soldi “in pancia” al Comune. L’esito ha del grottesco. Anche in questo caso un esempio chiarificatore: la giunta si mostra soddisfatta per l’inaugurazione di un nuovo asilo comunale con 72 posti per bambini in via Colletta, a fronte di una diminuzione di 375 di quelli accreditati presso operatori privati che, oltretutto, ha concorso alla formazione di una lista d’attesa di circa 3.000 nominativi.

Senza considerare che all’amministrazione un posto in un nido convenzionato costa un terzo di quello in un nido comunale. La settimana scorsa l’assessore Cappelli ha annunciato un drastico taglio dei fondi (pari a circa 1,2 milioni di euro) dei contributi alle scuole paritarie dell’infanzia e il passaggio dalle quattro attuali fasce di reddito a ben venti scaglioni diversi di contribuzione. Dimezzati anche i contributi per l’acquisto dei libri di testo delle medie alle famiglie indicenti. Dalle nuove rette il Comune spera «di incassare 1-2 milioni di euro in più».

E l’ideologia gioca brutti scherzi anche quando si tratta di difendere un polo educativo d’eccellenza, come la civica primaria San Giusto, in zona San Siro. L’assessore Cappelli ha deciso di smantellare la scuola elementare che ogni anno riceve il doppio di richieste d’iscrizione rispetto ai posti disponibili. Con il passaggio della San Giusto allo Stato il risparmio totale per l’amministrazione è di 110 mila euro. Non più di tanto, ma in questo modo si onora, a detta dello stesso assessore, al principio di pari opportunità: dato che solo alcuni alunni possono frequentare una scuola del Comune che fa gola a tutto il quartiere meglio livellare l’offerta verso il basso.

Il pregiudizio ideologico è davvero una bestia nera per la giunta che governa Milano. Lo dimostra l’approccio all’ambiente. Nella foga un po’ fondamentalista con cui si è archiviato l’ex piano regolatore della giunta Moratti, si è eliminato il diritto edificatorio perequato. In breve: al Parco Sud non si può e non si deve costruire. Se il proprietario di un terreno vuole farlo può “scambiare” la sua proprietà con un’altra sita in una zona della città differente e su cui è possibile edificare. Ora, si dà il caso che – vista la crisi economica – il progetto di un grande polo scientifico e di ricerca (il Cerba) limitrofo al Parco Sud, dove già sorge l’Istituto Europeo di Oncologia, necessita di rifarsi dei pesanti oneri includendo, magari, servizi di natura commerciale.

Con il diritto edificatorio perequato c’era una via d’uscita. Preclusa quella via, si corrono due rischi: o rinunciare al grande progetto e ai relativi introiti di urbanizzazione per le casse comunali, o sacrificare il verde delle aree vicine al Parco Sud. Altro cortocircuito: la maggioranza ha inaugurato la consiliatura istituendo ben due commissioni antimafia, una “personale” del sindaco e l’altra composta da membri eletti del Consiglio stesso. Peccato che mentre nei palazzi si gridava “legalità” nelle case dei milanesi le rapine aumentavano del 52,3 per cento. Questo anche perché Pisapia ha sempre individuato nei vigili non un corpo di polizia ma semplici direttori del traffico.

Occupare è bello
E sempre sotto la copertura dei grandi richiami al principio di legalità l’ex assessore alla Casa, Lucia Castellano, ora consigliere regionale al Pirellone per la Lista Ambrosoli, a inizio mandato dichiarò candidamente alla stampa che «occupare in stato di necessità non è reato». Da allora sono saliti a circa 25 gli stabili occupati abusivamente in città dai cosiddetti antagonisti dei centri sociali, i quali creano delle vere e proprie “zone franche” fuori da ogni tipo di controllo.

La via “arancione” alla gestione della città ha dato pessimi frutti anche nello sbandierato dialogo con l’islam. Appena insediato a Palazzo Marino, Pisapia istituisce una consulta apposita. In essa prende piede quale legittimo e pressoché unico interlocutore Riccardo Piccardo. Già candidato nelle file di SeL alle comunali, l’improvvisato imam è noto per essere figlio del più celebre Hamza Roberto Piccardo, il fondatore dell’Unione delle Comunità islamiche italiane. L’Ucoii fa parte del Network Musulmano Europeo, lunga mano dei famigerati Fratelli Musulmani e organizzazione guidata da Tariq Ramadan, nipote di Hasan al-Banna.

Quest’ultimo altro non è che il fondatore proprio del movimento politico islamista che sta incendiando l’Egitto. La legittimazione di Piccardo ha avuto il doppio effetto di allontanare dalle istituzioni i cosiddetti musulmani moderati (come il Coreis di via Meda, l’ambrogino d’oro Asfa Mahmoud e la rete delle donne africane) e far infuriare la Comunità ebraica di Milano, mettendo a repentaglio il dialogo interreligioso in città. Infatti in occasione della chiusura del Ramadan all’Arena Civica lo scorso agosto Piccardo ha invitato con tanto di “benedizione” da parte della giunta l’imam palestinese Al-Bustanji. Questi è noto alle cronache mediorientali per aver ammesso nel corso di una intervista televisiva di aver inviato la propria bimba di 6 anni a lezioni di “martirio” anti-israeliano.

Pisapia ed i suoi assessori, sono così. Promuovono iniziative simboliche, come i registri sulle unioni civili o sul biotestamento, sensibilizzano la cittadinanza a certi temi quali le pubblicità sessiste messe al bando con un apposito regolamento, o organizzano grandi eventi con finalità pedagogiche, come le domeniche a piedi. La sinistra a Milano non amministra, si concepisce come un grande circolo Arci. Risulta quindi difficile che metta seriamente mano al bilancio, seguendo i suggerimenti offerti lo scorso 7 agosto dalla Relazione della Corte dei Conti sulla gestione finanziaria degli Enti locali.

Lì i giudici contabili hanno scritto chiaramente che «il livello raggiunto dalla pressione fiscale non dovrebbe consentire ulteriori aumenti delle entrate proprie degli Enti locali per cui l’attenzione dovrebbe concentrarsi sulla riduzione della spesa considerato anche che la crisi della finanza nazionale costringe alla continua riduzione dell’intervento pubblico». Per ripensare il ruolo del Comune in questi termini bisogna attendere il prossimo giro.

Matteo Forte è consigliere comunale del Pdl

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