Meno male che c’è Repubblica. Meno male che c’è Saviano

La carriera dei ciellini in Emilia-Romagna e l’imparzialità del giornale fondato da Scalfari.
Lettere a Tempi

Sono un ex funzionario della Regione Emilia-Romagna, e per giunta ciellino, andato in pensione da pochi mesi. Non so quali scandalose discriminazioni si siano perpetrate ai danni dei “non ciellini” nella confinante Lombardia e quindi non ho situazioni da segnalargli in proposito. Se però fosse interessato ad analizzare con altrettanto scrupolo i casi di coloro che in Regione Emilia-Romagna (e relativo sistema sanitario) hanno visto la loro carriera fortemente compromessa dal fatto di essere proprio ciellini o comunque non adepti del Pd, potrei fornirgli molto materiale in proposito.
Angelo Casali

Caro Angelo, sono certo che Repubblica, quotidiano imparziale e autorevole, e Roberto Saviano, intellettuale di prim’ordine e senza pregiudizi, la contatteranno al più presto per raccogliere la sua testimonianza e darne giusto rilievo sulla prima pagina del giornale.

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Visto che la redazione del quotidiano La Repubblica non ha ritenuto utile la considerazione personale in merito all’argomento in oggetto, la inoltro alla vostra redazione. Grazie per il servizio che continuate ad offrire in questi “tempi difficili”… Con stima, un vostro affezionato lettore
Lorenzo Rapisarda
Gentile direttore, desideravo ringraziarLa per aver pubblicato il 15 aprile l’intervento rilasciato a Le Monde dall’illustrissimo dott. Saviano dal titolo “La Lombardia e la debolezza di credersi invincibili. Gli errori della regione ex feudo di Formigoni e Berlusconi”. In tempi così dolorosi, di fronte all’esempio encomiabile di medici ed infermieri che, giorno dopo giorno nel profondo silenzio delle trincee dei reparti, offrono la propria vita per salvare vite, risulta davvero appropriata e puntuale l’illuminazione dell’illuminato dott. Saviano.
Il suo intervento rappresenta davvero un magnifico esemplare di quello che si intende comunemente col termine “dietrologia”. Cito testualmente dal dizionario Treccani: “dietrologìa s. f. [comp. di dietro e -logia]. – Nel linguaggio polit. e giornalistico indica, con intonazione polemica, la tendenza, propria dei cosiddetti dietrologi, ad assegnare ai fatti della vita pubblica cause diverse da quelle dichiarate o apparenti, ipotizzando spesso motivazioni segrete, con la pretesa di conoscere ciò che effettivamente «sta dietro» a ogni singolo evento”.
Di questi esemplari la storia è ricca depositaria e, rivisitando il museo dei secoli, questa specie di intervento giornalistico apparentemente rara, come le tante sconosciute verità che la impreziosiscono, appare anche oggi non essere a rischio estinzione.
Rincuorato preferisco dunque riporre un po’ all’ombra il mio cranio assolato perché, scrivendo anch’io dalle fortunate latitudini del mondo dove – per dirla con l’illustre scrittore – non mancano “gli strumenti per capire oggi cosa accadrà domani”, potremmo pure rischiare d’azzecarci avanzando, col sacro potere della penna, le ipotesi para-scientifiche e fantapolitiche più disparate. E senza tirare Dio per la giacchetta, anche perché di questi tempi avrà già un bel da fare, non ci meraviglieremo se tra qualche giorno leggeremo che tra le cause scatenanti la pandemia in Cina vi fosse pure l’esistenza occulta di chissà quale inciucio affaristico criminale tra il regime rosso di Pechino e il movimento cattolico di Comunione e Liberazione, che detta legge in Lombardia.
Adesso se vorrà mi perdonerà il dott. Saviano perché forse questa intuizione non reggerà a lungo in quanto, pensandoci bene, rispetto alla feudale Lombardia da lui dipinta, con gli aborti in termini di efficienza oltre la muraglia se la passano meglio. Sicuramente se la cavano molto meglio che coi pipistrelli.
Dicono sia l’aria della libertà, ma chissà, a furia di guardare “dietro”…

Lorenzo Rapisarda – Catania

Caro Lorenzo, sono davvero sorpreso che Repubblica, quotidiano imparziale e autorevole, e Roberto Saviano, intellettuale di prim’ordine e senza pregiudizi, non abbiano preso in considerazione la sua missiva. Sono certo si sia trattato di una svista cui rimedieranno in un battibaleno, pubblicando la sua lettera con il giusto rilievo sulla prima pagina del giornale.

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Caro direttore, francamente non sopporto più le infinite denunce pubblicate su molta stampa o diffuse da troppe tv (con voci mascherate!) in cui un parente o un’infermiera o altri lanciano accuse contro qualche responsabile di qualcosa o una struttura. Non le sopporto più perché credo che la giustizia sia una questione seria, e debba essere attuata da chi ne ha le competenze e le prove, nelle sedi deputate. In un Paese civile non dovrebbe essere così? Le chiedo: questo sguaiato vacuo chiacchiericcio è solo un malcostume del giornalismo nostrano o è pilotato da altrove? La ringrazio intanto per il lavoro serio e umano che fate a Tempi: leggo sempre con la certezza che non troverò scoop malevoli, ma informazioni corrette e utili a mantenere uno sguardo ampio e ragionevole, quindi anche positivo. Io ne ho bisogno, come molti che lo stanno cercando proprio in questa emergenza.
Elisa Viganò Botturi Milano

Cara Elisa, rimango esterrefatto a leggere queste tue parole, quando in Italia abbiamo esempi di fulgida informazione come Repubblica, quotidiano imparziale e autorevole, e Roberto Saviano, intellettuale di prim’ordine e senza pregiudizi, i quali ci aiutano ognidì a interpretare la contemporaneità senza paraocchi e retropensieri. (Adesso che ha un nuovo direttore che non ha usato la parola «sinistra» nel suo primo editoriale, cambierà qualcosa? Staremo a vedere).

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Caro direttore, volevo condividere alcuni pensieri che in questi giorni si affollano nelle mia testa. Parto dall’ultimo: alla pari dei magistrati o forse anche di più, la categoria che più mi spaventa è quella degli scienziati o pseudo scienziati di cui siamo ostaggio, che dall’alto dei  loro lauti stipendi  (statali) pontificano circa il nostro futuro, come se fossimo tante cellule di cui possono disporre a piacimento. A loro non interessa nulla delle persone che lavorando con tanta fatica portano a casa un migliaio di euro con cui sbarcano il lunario, e nemmeno della dignità della persona che lavora, ci vogliono distanziati, in fila indiana ovunque, con le mascherine, tutti pronti a subire la fase 2 e forse anche la fase 3 o 4 come tanti cinesini, con i droni sulla testa e la polizia pronta a sanzionare chi esce dalla fila.
Lo stato dall’altra parte supporta questa prospettiva dispensando a piene mani promesse di reddito di cittadinanza per tutti, casse integrazioni a go-go, miliardi di liquidità alle imprese, un valium di Stato o alla meglio cure palliative che in breve tempo condurranno il paziente alla morte, mentre dai balconi canterà Bella Ciao in vista del 25 aprile che si sta avvicinando.
In questo clima apocalittico Stato/Scienziati/Magistrati cavalcano il conflitto sociale che potrebbe mettere a rischio in modo catastrofico le sorti del paese. Conflitto tra chi con decisione vuole ripartire con l’unico strumento che rende l’uomo uomo, cioè il lavoro, e chi è convinto sia meglio aspettare, cioè quelle persone che sono coperte da stipendioni statali o da redditi di cittadinanza o reddito universale come stanno paventando i politici di sinistra. D’altra parte chi glielo fa fare a questi di pensare alla produzione e al commercio? Perché lavorare per 1.000 euro al mese o poco più quando lo stato ti dà 1.000 euro o poco meno facendo niente?
Inoltre a rendere difficilissima la ripresa ci sta la burocrazia, un’erba infestante presente ovunque.
Per uscire da questa palude serve essere uomini, uomini appunto con gli attributi, cioè capaci di pensare, di decidere, di agire. Rocce nella tempesta.
Oggi il tema delle banche è di massima importanza per permettere una ripresa, si può dire che negli anni 70/80 e primi anni 90 un direttore di filiale decideva anche prendendosi dei rischi, in base a poche carte e a molta conoscenza del cliente/persona, di accompagnare l’attività imprenditoriale con degli affidamenti adeguati, consentendo in tempi velocissimi erogazione di credito e di conseguenza sviluppo dell’impresa, con percentuali di insolvenza bassissime, invece dalla fine anni 90 con l’avvento di Basilea 1, Basilea 2, Basilea 3… nessuno conosce più nessuno, ai Direttori sono stati azzerati poteri di delibera, i tempi si sono allungati e dulcis in fundo le insolvenze sono aumentate.
Oggi se non si avrà il coraggio di ripartire da uomini che in ogni settore sappiano e possano prendersi delle responsabilità la vedo dura.
Oggi sembra che solo chi ha fatto veramente fatica per costruire ciò che ha sia cosciente che non andrà tutto bene, invece chi ci governa, dal primo ministro in giù, ci narcotizza dicendo che “andrà tutto bene”, “uniti ce la faremo”, “nessuno sarà lasciato solo”… così mentre dalle finestre si canterà Bella ciao e Volare, andremo a sbattere sull’asfalto duro e nero.
La prima pietra per costruire e ricostruire è credere in Dio e affidarsi, la seconda pietra che ci compete è nelle nostre mani e si chiama coscienza o consapevolezza, che sono il motore della fatica e del lavoro senza le quali non viene su niente.

Enrico Rigamonti 

Foto Ansa