McWorld ci sta rovinando

Chiacchierata con Alexandre Del Valle sul suo nuovo libro “Il complesso occidentale – Piccolo trattato di decolpevolizzazione”

Intellettuali francesi di area sovranista? Ce n’è per tutti i gusti: di estrema destra e di area socialista libertaria, atei e cattolici, liberali moderati e anti-liberali. Uno di loro che spicca per la brillantezza dell’esposizione, la versatilità dell’impegno e la vastità degli interessi è senz’altro Alexandre Del Valle, giornalista e saggista di origini italiane, per la precisione siciliane. Recentemente Paesi Edizioni ha tradotto in italiano un suo saggio fondamentale del 2014, Le complexe occidental, Petit traité de déculpabilisation, con il titolo Il complesso occidentale – Piccolo trattato di decolpevolizzazione. Il trattato non è veramente piccolo, trattandosi di un lavoro di 432 pagine, ma mantiene pienamente le promesse del titolo: descrive la genesi e i meccanismi del complesso di colpa e dell’odio di sé dell’Occidente, offre un’apologia delle sue buone ragioni e una confutazione puntuale di alcune delle accuse, storiche o legate all’attualità, che gli vengono fatte, ma soprattutto indica i mezzi e propone un percorso per il recupero dell’autostima, dell’amore di sé, del “patriottismo integratore” nei quali si sostanzierebbe la decolpevolizzazione, obiettivo da perseguire a tutti i costi. Perché la demoralizzazione attraverso l’insinuazione del senso di colpa è il principale strumento col quale i nemici della civiltà occidentale –interni ed esterni- mirano a sconfiggere le nazioni europee per imporre la propria egemonia. Nemici che vanno dal marxismo rivoluzionario all’ideologia islamista all’imperialismo universalista delle forze della globalizzazione condensabili nella sigla McWorld.

Di passaggio a Milano per presentare l’edizione italiana del suo libro a Novara (dopo averlo presentato a Roma il 16 aprile), Del Valle ha risposto ad alcune domande-obiezione abbastanza classiche, come quella relativa alla valorizzazione degli Stati-nazione e del patriottismo nazionale che percorre tutto il suo libro. All’obiezione che gli Stati-nazione europei sono all’origine delle due Guerre mondiali, mentre la molto burocratica e poco democratica Unione Europea ha garantito 70 anni di pace sul continente (Balcani a parte), risponde abbastanza scandalizzato che «a provocare le Guerre mondiali sul territorio europeo non sono state le nazioni, ma gli Imperi e i Totalitarismi! La nazione non c’entra col nazismo, che è un’ideologia totalitaria: i totalitarismi sono antinazionali, si appoggiano all’idea di classe o di razza. Dobbiamo difendere le nazioni perché McWorld, che è un totalitarismo morbido, mira a un governo sopranazionale per realizzare una società consumistica mondiale che sarebbe la fine di tutte le civiltà. Senza le nazioni, il mondo diventerebbe il laboratorio di McWorld che produrrebbe indisturbato l’uomo consumista universale». Del Valle prende l’espressione McWorld da Benjamin Barber, lo scienziato politico americano di simpatie democratiche che nel 1995 ha scritto Jihad vs. McWorld, tradotto in italiano come Guerra santa contro McMondo. Nelle pagine di Il complesso occidentale leggiamo: «ll pensiero unico cosmopoliticamente corretto, troppo spesso attribuito solamente alle forze di sinistra, deve molto anche all’impero McWorld, che è un misto di Hollywood, di McDonalds, di multinazionali e di mondializzazione che si nutre della distruzione delle nazioni per ampliare il suo campo d’azione, sopprimendo progressivamente le barriere doganali, morali, religiose, nazionali, sessuali, che rischierebbero di rendere più difficile il consumo di prodotti planetari funzionali standardizzati. Non c’è alcun complotto in tutto questo, nemmeno quello dell’“imperialismo americano”, poiché il McWorld è rappresentato con pari forza dall’impresa italiana United Colors of Benetton che da McDonald’s, dalla Microsoft, dalla Apple o da Internet con Google, Facebook e altre reti sociali. Il McWorld è pertanto più che altro una torre di babele cosmopolita che si nutre dello sradicamento, del marketing basato sull’edonismo e sull’iperconsumo, la cui natura antinazionale minaccia tanto la sovranità americana quanto quella delle nazioni europee, più vulnerabili all’universalismo e alla colpevolizzazione rispetto alle nazioni non occidentali». (p. 135)

Quando parla del terrorismo intellettuale del politicamente corretto, della condizione di depressione collettiva dell’anima europea, dello sfruttamento politico del senso di colpa, Del Valle chiama in causa – e in questo si dimostra originale rispetto alla maggior parte degli intellettuali di orientamento sovranista – psicologi e studiosi della psicologia delle masse come William Schutz, Bruno Lussato, Roger Mucchielli e Leon Festinger, il teorico della dissonanza cognitiva. La parte centrale del libro è ricca di espressioni rivelatrici e inquietanti come “virus neuro-semantici”, “nodi semantici, “buchi neri semantici”, “polo d’attrazione mentale” ed è dedicata al lavoro di psicologi comportamentalisti e della programmazione neuro-linguistica (Pnl) che hanno sviscerato i meccanismi della propaganda, della disinformazione, del lavaggio del cervello e della manipolazione delle rappresentazioni a fini politici e militari. Meccanismi in realtà vecchi di migliaia di anni, come mostra una citazione dei commenti cinesi classici all’Arte della guerra di Sun Tzu, scritta fra il VI e il V secolo a.C.: «Screditare tutto ciò che c’è di buono nel paese dell’avversario; ridicolizzare le tradizioni dei vostri avversari […]; seminare la discordia e le liti tra i cittadini del paese ostile […]; istigare i giovani contro i vecchi; indebolire la volontà dei guerrieri del nemico per mezzo di musica e canzoni sensuali».

Ci dice Alexandre Del Valle: «Il politicamente corretto ha un’influenza decisiva sul nostro inconscio. La postura accusatoria condiziona la psiche della persona accusata, influisce sul funzionamento del suo cervello. Senza recupero dell’autostima non potremo sconfiggere il politicamente corretto. Il senso di colpa indotto da accuse continue sfocia nella depressione, la depressione genera odio di sé, l’odio di sé alimenta pensieri suicidari. Questo è vero anche a livello di nazioni, di civiltà: ci sentiamo colpevoli, odiamo noi stessi e vogliamo scomparire; vogliamo lasciare il posto ad altri. L’Europa di oggi è percorsa da questa pulsione di morte che è una pulsione suicida». Leggiamo nel libro: «La polizia del pensiero politicamente corretto, che reprime in Occidente ogni atteggiamento patriottico, ogni difesa dei valori giudeo-cristiani e ogni volontà di controllare i flussi migratori, nasce dalla convergenza di vari nodi ideologici internazionalisti: il marxismo rivoluzionario, l’imperialismo universalista del McWorld e la sua religione dell’individualismo e dell’iperconsumo, e il totalitarismo islamista. Spesso in contrapposizione frontale, queste diverse fonti di terrorismo intellettuale convergono nello stesso odio dello Stato-nazione occidentale e del retaggio giudeo-cristiano. Tutte e tre sono interessate all’autodistruzione dell’Occidente: di qui la loro paradossale e frequente collaborazione, peraltro più spesso oggettiva che soggettiva. È la loro convergenza che crea un autentico “buco nero semantico” così potente da terrorizzare psicologicamente le masse e travolgere tutte le idee-forza avversarie, le quali non godono d’altro canto di alcun sostegno mediatico o accademico per questa stessa ragione. Queste fonti di disinformazioni concorrenti costituiscono, per via della loro manipolazione dell’opinione pubblica e del loro potere di intimidazione, dei veri e propri “imperi ideologici”, che impiantano nelle profondità dell’“emisfero destro” (quello meno razionale) del nostro cervello virus che vi prosperano e vi sviluppano una griglia di lettura colpevolizzante, la quale a sua volta filtra poi le informazioni provenienti dal “mondo esterno” orientandole nella direzione imposta dal pensiero dominante. Si dimostra così l’esattezza dell’affermazione di Charles Péguy, il quale riteneva che l’invasione delle idee è più pericolosa di quella delle forze armate».

L’unica salvezza sta, secondo Del Valle, in un recupero di autostima e di amore di sé, che non sono principalmente il risultato di azioni politiche ma piuttosto di un impegno sociale, culturale, spirituale. Leggiamo nelle ultime pagine del libro: «Questo riarmo morale collettivo delle nazioni europee, che si confrontano allo stesso tempo con sfide esterne e coi loro demoni interiori, non passerà dunque solo attraverso la vittoria elettorale di questo o di quel partito necessariamente figlio del sistema o chiamato a conformarsi alla doxa politicamente corretta, bensì attraverso una “rivoluzione metapolitica” che partirà allo stesso tempo dal basso e dalle nuove élites, le quali dovranno innanzitutto – per mezzo della loro azione di “resistenza pacifica” e di dissidenza intellettuale – mettere in opera un’azione massiccia di discolpa collettiva e mettere a punto una “retorica vittoriosa” destinata a ridare credito e legittimità alla loro nazione e alla loro civiltà». (p. 394) Questa è anche la strategia vincente di fronte al problema dei migranti – che non vanno respinti indiscriminatamente o criminalizzati, ma messi di fronte alla scelta di integrarsi in un organismo vivo con propri valori -, e di fronte ai problemi del mondo multipolare. «Solo un patriottismo integratore, centrato sull’amore di sé, è in grado di offrire agli immigrati un’integrazione credibile», ci dice a conclusione dell’intervista. «Il politicamente corretto che ispira le attuali politiche migratorie fa esattamente il contrario: dipinge noi indigeni come razzisti che devono chiedere scusa delle proprie colpe attraverso l’accoglienza massiccia, e gli immigrati come angeli feriti senza macchia. Ma questo è il modo migliore per farsi disprezzare e odiare dagli immigrati, e produrre la società frammentata e invivibile che stiamo vedendo in Francia. Odio di sé combinato a un amore irrazionale per l’Altro sono la ricetta perfetta per il fallimento dell’integrazione, a danno nostro e dei migranti».