Maturità 2014. Pier Paolo Pasolini. L’anticonformista ribelle all’edonismo di massa

Vivo, acuto, versatile, sempre controcorrente. Ripassiamo assieme vita e opere del grande intellettuale, in vista dell’esame di maturità

Anche quest’anno tempi.it dedica uno spazio speciale alla preparazione dell’esame di maturità. Lo trovate qui e sarà in continuo aggiornamento.

La vita
Pier Paolo Pasolini (1922-1975) è una delle intelligenze più vive, degli intellettuali più acuti del Novecento, dotato di una versatilità tale da potersi distinguere nel campo della poesia, del cinema, della narrativa, del giornalismo. Accusato di corruzione di minorenni e di atti osceni in luogo pubblico, nel 1949 viene espulso dal PCI di Udine e per anni fatica a trovare lavoro. Pochi anni più tardi (1955), il romanzo Ragazzi di vita susciterà lo scandalo, le accuse e finanche il processo per il tema scabroso trattato. Pasolini sarà prosciolto con formula piena. In suo favore interverranno le testimonianze di figure quali Carlo Bo e Ungaretti. Sterminate saranno nei due decenni successivi le produzioni poetiche (La meglio gioventù, Le ceneri di Gramsci, Trasumanar e organizzar, …), narrative  (Ragazzi di vita, Una vita violenta, …), saggistiche (Passione e ideologia, Scritti corsari, Lettere luterane, …), teatrali (Calderòn, …) e cinematografiche (Accattone, Mamma Roma, Il vangelo secondo Matteo, Il Decameron, …). Il 2 novembre 1975 Pasolini viene trovato ucciso all’idroscalo di Ostia.

Le opere e il giudizio critico sull’epoca contemporanea
Nella raccolta poetica Le ceneri di Gramsci (1954), Pasolini, quasi solo all’epoca nella sterminata nomenclatura di intellettuali comunisti, pur palesando il suo sconfinato amore per il popolo, muove severi giudizi nei confronti del marxismo, considerato ormai in piena crisi. Alcuni anni più tardi, nel 1968, Pasolini critica con accesi toni i sessantottini, accusati di essere «figli di papà», di combattere una guerra civile contro la borghesia, proprio loro che provengono dal seno della borghesia, che disprezzano la cultura, che aspirano al potere e che sono finti rivoluzionari. Nel 1975 Pasolini si schiera apertamente contro l’aborto. Scrive il 19 gennaio: «Sono […] traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. Nei sogni e nel comportamento quotidiano […] io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Perché io considero non reali i principi su cui i radicali e i progressisti  (confomisticamente) fondano la loro lotta per la legalizzazione dell’aborto?». Perché «l’aborto legalizzato è un’enorme comodità per la maggioranza della gente. […] Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore […]. Risultato di una libertà sessuale regalata è una vera e propria generale nevrosi. La facilità ha creato l’ossessione». Pasolini scriverà, e qui erroneamente, che la diffusione delle forme anticoncezionali avrebbe limitato l’aborto. I fatti avrebbero dimostrato l’inconsistenza di tale tesi.

Poco dopo la sua morte, viene pubblicato il saggio Scritti corsari, che raccoglie articoli che Pasolini ha pubblicato tra il 1973 e il 1975 prevalentemente sul Corriere della Sera. Vi compaiono giudizi particolarmente arguti sull’età contemporanea e sul cambiamento della cultura nei secoli. In un articolo («Gli uomini colti e la cultura popolare») Pasolini riflette sul mutamento dalla cultura passata a quella moderna. In particolare si sofferma sul fatto che la cultura popolare è sempre stata «fissa e immutabile», testimone di un retaggio valoriale immutabile nel tempo. Così, con il passare dei secoli, se la cultura popolare contadina (ovvero quella della maggior parte della popolazione) ha conservato  ancora tutta intatta il senso della tradizione e la forte religiosità, quella intellettuale è, invece, diventata sempre più laica e profana. La scissione che si è verificata tra cultura del popolo e quella degli intellettuali, divenuta espressione di tutta la modernità, si è sanata nel novecento solo attraverso gli strumenti di potere (i mezzi massmediatici, televisione, quotidiani, scuola, …). Questi strumenti saranno interpreti della scristianizzazione anche della cultura popolare.

In un articolo pubblicato sul Corriere della sera il 9 dicembre 1973 con il titolo «Sfida ai dirigenti della televisione» (divenuto poi «Acculturazione e acculturazione» negli Scritti corsari) Pasolini descrive il centralismo odierno del potere che mira a soffocare l’umano e ogni forma di desiderio autentico: «Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la «tolleranza» della ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana […]. Il Centro […] ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza».

Sono stati imposti nuovi modelli. Il sistema non vuole più solo creare un «uomo che consuma», ma «pretende che non siano concepite altre ideologie che quella del consumo». La religione, afferma Pasolini, è l’unico fenomeno che può essere concorrente e opporsi all’«edonismo di massa». «Come concorrente il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo.[…] Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina)»

Pasolini capisce che un credo forte ovvero una fede vera e vissuta è l’unica possibilità perché non si ceda alla società che insinua falsi bisogni e che riduce la grande domanda che alberga in noi, perché non ci si accontenti e non si giunga ad una borghesizzazione della vita, ad una riduzione dell’umano, ad un perbenismo benpensante in cui non ci si aspetta più nulla dalla vita.

L’8 luglio 1974, l’anno prima della sua morte per molti aspetti ancora oscura, Pier Paolo Pasolini scrive una «lettera aperta  a Italo Calvino» in cui l’intellettuale si difende dall’accusa di rimpiangere «l’Italietta» «piccolo borghese, provinciale, ai margini della storia». Così leggiamo: «Allora tu non hai letto un solo verso delle Ceneri di Gramsci o di Calderòn, non hai letto una sola riga dei miei romanzi, non hai visto una sola inquadratura dei miei films, non sai niente di me!». L’Italietta, afferma Pasolini, è proprio quella che lo ha arrestato, processato, linciato per vent’anni. Pasolini, invece, rimpiange il «mondo contadino prenazionale e preindustriale», che viveva «l’età del pane», era «consumatore di beni estremamente necessari». Ormai, invece, c’è un unico modello culturale a cui ci si conforma «prima di tutto nel vissuto, nell’esistenziale».

Invito alla lettura

Le ceneri di Gramsci;

Scritti corsari;

Ragazzi di vita.

Proposta di analisi di testo

Scritti corsari (9 dicembre 1973 – Garzanti 1975)

 “Acculturazione e acculturazione” (già sul “Corriere della Sera” con il titolo “Sfida ai dirigenti della televisione”)

[L’ultima parte dell’articolo (la “sfida”, appunto, non appare in Scritti corsari. Può essere reperita in Pasolini. Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani (edizione diretta da Walter Siti, Mondadori 1999)]

pasoliniMolti lamentano (in questo frangente dell’austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale organizzata fuori dal Centro “cattivo” nelle periferie “buone” (viste con dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali rapporti umani). Lamento retorico. Se infatti ciò di cui nelle periferie si lamenta la mancanza, ci fosse, esso sarebbe comunque organizzato dal Centro. Quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali, appunto, fino a pochi anni fa, era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addirittura miserabili.

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni.

Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè, come dicevo, i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.

L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina).

Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?

No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i “figli di papà”, i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli.

Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l’analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari umiliati cancellano nella loro carta d’identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di “studente”. Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo-borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piecolo-borghese, nell’adeguarsi al modello “televisivo” che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale, diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio “uomo” che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali.

La responsabilità della televisione in tutto questo è enorme. Non certe in quanto “mezzo tecnico”, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. E attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere.

Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. U giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata bruttata per sempre…

 Comprensione complessiva

1. Riassumi l’articolo di giornale.

Analisi di testo 

2. Spiega le seguenti affermazioni di Pasolini: “Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati”. Che differenza c’è tra il centralismo fascista e quello della società dei consumi?

3. Che cos’è un modello culturale? Quali modelli culturali esistevano fino agli anni Cinquanta? Da cosa erano caratterizzati?

4. Analizza lo stile giornalistico di Pasolini. Rintracciane le caratteristiche salienti del periodare, della sintassi. Individua le scelte lessicali prevalenti.

Approfondimenti e inquadramento complessivo

 5. Presenta la produzione complessiva di Pasolini soffermandoti in particolare sulle opere che conosci o che hai letto direttamente. In alternativa, fai riferimento ad altri autori (scrittori e/o poeti) del Novecento che propongono un giudizio critico nei confronti della società e della cultura consumistica ed edonistica di massa. Puoi considerare anche le tue letture personali non appartenenti ai canoni letterari del Novecento.