Matrimonio gay, «la Corte Suprema Usa ha abrogato la realtà in nome della surrealtà dei diritti»

L’editoriale del Foglio sulla sentenza che apre alle nozze gay: «L’utopia progressista liquida la tradizione e la sua visione del mondo e dell’uomo in modo definitivo e radicale»

Con la decisione della Corte Suprema americana di abolire la legge statunitense del 1996 che definisce il matrimonio come unione fra uomo e donna «si timbra, con qualche riserva di metodo e timidezza giuridica, il movimento che abolisce la differenza presente di genere tra le creature umane». Lo scrive oggi il Foglio nell’editoriale di pagina 3.
Il giornale diretto da Giuliano Ferrara spiega che l’eguaglianza sancita ieri dai giudici della Corte Suprema è come quella teorizzata da uno dei padri dell’illuminismo moderno, Jean-Jacques Rousseau. Un’uguaglianza fondata su un dogma che si applica coattivamente: «Bisogna costringere l’uomo a essere libero dalla sottomissione alla civilizzazione tradizionale», che anche quella del matrimonio fra uomo e donna. La vittoria dell’eguaglianza alla francese, spiega il Foglio, «si prende tutto il mondo occidentale e finalmente la vince anche sull’eguaglianza all’americana».

OGGI FROCI. «L’utopia progressista», prosegue il Foglio, «liquida la tradizione e la sua visione del mondo e dell’uomo in modo definitivo e radicale, attaccando un simbolo millenario e cancellandone la risonanza culturale e giuridica». Siamo tutti uguali significa oggi tacere le differenze. Non “oggi sposi”, ma «oggi froci, per dirla con una caratura boccaccesca e un po’ volgare, ma comunicativa». «La marcia nuziale del mondo postmoderno», scrive il Foglio, «si avvia verso l’abrogazione della realtà in nome della surrealtà dei diritti legati al sentimento, al desiderio, all’amore che si fa istituzione e diritto perfettamente eguale», «sulle note, eguali per tutti, della melodia di Felix Mendelssohn Bartholdy. Oggi sposi».

RINUNCIARE ALLE DIFFERENZE. È, quella delle libere nozze omosessuali, «l’affermazione di un’esistenza sociale» che fa a meno della «differenza come lievito e promessa di maturità oltre l’adolescenza», della «curiosità per l’altro inteso come una dimensione irriducibile alla propria, come maschio e come femmina capaci di educare e crescere altri maschi e femmine». Un’idea di uguaglianza a cui il postmoderno ha fatto l’abitudine, conclude il Foglio, «nel linguaggio, nelle abitudini della secolarizzazione, nella moda, nel sentimentalismo dei sogni impossibili, nel perbenismo della trasgressione intesa come discriminazione e ghetto».