Maternità surrogata: le fattorie umane dell’India

Ecco le “surrogacy houses” in cui si dispongono “in batteria” le donne che conducono la gravidanza in surrogazione e che vengono sfamate e accudite solo a tale scopo.

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“La guerra dei mondi”, “Battlestar galactica” e “Matrix” sono soltanto alcune delle più rinomate pellicole di successo appartenenti al genere della fantascienza in cui, tra gli altri aspetti, si mette in mostra il rovesciamento delle parti: gli esseri umani che hanno sempre coltivato i campi e allevato gli animali, vengono adesso utilizzati come fertilizzanti per gli alieni nel primo caso, come incubatrici per l’incrocio uomo-macchina nel secondo, e come fonti di energia (vere e proprie batterie) per le macchine nel terzo film.

Ciò che provoca, colpisce e ferisce la sensibilità dello spettatore è appunto questo ribaltamento, cioè il fatto che l’essere umano possa essere coltivato, allevato o sfruttato come un qualunque fagiolo, animale o accumulatore per soddisfare esigenze e bisogni superiori di alieni venuti da lontano o di macchine che si sono ribellate all’umanità sovvertendo ogni logica della dicotomia controllore-controllato, mezzo-fine, servo-padrone.

Se, tuttavia, la fantascienza sembra delineare un mondo immaginifico e surreale, la realtà appare essere ancora più surreale, ma non per questo non solo meno vera, ma neanche meno tragica.

Sul Guardian dello scorso 1 aprile, infatti, Julie Bindel ha pubblicato un reportage sulla maternità surrogata in India dal quale emerge uno scenario non meno inquietante di quelli tratteggiati dalla fantasia dei suddetti film.

La Bindel riporta alcuni dati: che il mercato della maternità surrogata in India possiede un valore pari a circa un miliardo di dollari l’anno; che ben 12.000 stranieri ogni anno – di cui molti inglesi – giungono in India per ricorrere all’utero in affitto; che molte di quelle donne che decidono di diventare madri surroganti provengono dalle aree povere e rurali dell’India; che i costi in India sono circa cinque volte inferiori a quelli degli Stati Uniti; che una donna che decide di affittare il proprio utero riceve circa 4500 sterline.

Il reportage rivela che nel caso in cui vengano impiantati più embrioni e si sviluppi una gravidanza multipla nella stessa donna, i feti non voluti, a prescindere dalle loro condizioni di salute, siano abortiti, evidenziando gli stretti legami tra surrogazione e aborto i cui problemi etico-giuridici meritano ancora di essere ponderati.

L’aspetto che forse maggiormente stupisce, tuttavia, è che esistono dei veri e propri cataloghi dai quali scegliere la propria madre surrogante, con ciò evidenziando la vera e propria reificazione dell’essere umano in corso in India.

Ma c’è di più, qualcosa di ben più inquietante: la Bindel riporta, infatti, che si stanno costruendo delle “colonie residenziali” con fondi messi a disposizione da parte di molte cliniche della surrogazione per ospitare fino a dieci madri surroganti durante il corso della gravidanza.

Si tratta, insomma, di vere e proprie “surrogacy houses” in cui si dispongono “in batteria” le donne che conducono la gravidanza in surrogazione e che vengono sfamate e accudite solo a tale scopo.

Non si può non pensare all’immagine di “stalle” per esseri umani, in cui le donne vengono stipate come negli allevamenti intensivi per sfornare il prodotto che non è latte o carne, ma altri esseri umani, il tutto dietro il corrispettivo di un prezzo.

Lo scenario, dunque, risulta sufficientemente fosco per non suscitare delle perplessità di carattere etico e giuridico, anche in vista di eventuali sviluppi: un ipotetico soggetto poligamo potrebbe decidere di sfruttare economicamente in tal senso tutte le sue mogli o le sue figlie? E perché e come impedirlo in caso? Si potrebbe implementare il sistema delineato per allevare donne destinate a diventare madri surroganti in autentiche “surrogacy farms”? Come impedire che ciò avvenga?

Occorre dunque considerare quanto segue.

In primo luogo, è evidente che c’è ben poca autodeterminazione nella “scelta” di queste donne che decidono di diventare madri surroganti per poche migliaia di dollari, provenendo le stesse da zone povere e sottosviluppate dell’India, come ha testimoniato il suddetto reportage.

In secondo luogo: è evidente che si tratta di un vero e proprio nuovo schiavismo che la opulenta società occidentale ha creato, sfrutta e alimenta nell’indifferenza quasi generale dell’opinione pubblica internazionale in genere ed europea in particolare.

In terzo luogo: come è facile intuire, e come del resto ha ricordato la stessa Bindel allorquando ha scritto che «il boom di accelerazione della maternità surrogata per coppie gay non è una vittoria per la libertà o l’emancipazione. Al contrario, essa rappresenta una diapositiva inquietante dello sfruttamento brutale di donne che di solito provengono dal mondo in via di sviluppo e spesso sono vittime di bullismo o costrette a vendere i loro uteri per soddisfare i capricci egoistici di ricchi occidentali gay o lesbiche», una tale situazione descritta in India è destinata a peggiorare: considerando lo stretto legame tra l’industria della surrogazione e la legalizzazione dei matrimoni e delle unioni tra persone del medesimo sesso, infatti, è inevitabile che la domanda di un simile mercato sia destinata a crescere, facendo aumentare conseguentemente anche l’offerta, cioè foraggiando l’industria antiumana della maternità surrogata la quale oltre ad essere sfruttata dalle coppie eterosessuali potrà altresì essere sfruttata anche da quelle omosessuali.

In quarto luogo: la tanto ingiustamente vituperata legge 40/2004 che in Italia vieta e sanziona la pratica della maternità surrogata – che da parte di molti adesso si vorrebbe invece legalizzare – viene implicitamente citata dalla Bindel come esempio di protezione della dignità umana, quella protezione assente in India e di cui invece si ha estrema necessità, a dimostrazione della sensibilità giuridica che fonda la suddetta legge ideologicamente smantellata da pronunce giurisprudenziali incredibilmente sorde alle ragioni del diritto e sensibili soltanto ai furori dell’opinione pubblica nazionale.

Infine: ci si trova dinnanzi all’evidenza per cui non ogni progresso tecnico o scientifico rappresenta di per sé anche un progresso per l’umanità, come ha ben ricordato Romano Guardini: «L’uomo moderno è di opinione che ogni acquisto di potenza sia semplicemente progresso».

Anzi, come è fin troppo chiaro, proprio in tale circostanza l’umanità è sacrificata, violata e negata poiché ridotta a mero ingranaggio di un sistema consumistico-industriale teso a soddisfare soltanto i capricci soggettivi in violazione di ogni principio etico e giuridico; l’essere umano, l’umanità della donna confinata in queste “surrogacy farms”, viene così ridotto a mero mezzo, a strumento tramite il quale il più ricco e più forte può sfruttare il più povero e più debole per l’esclusivo perseguimento dei propri interessi.

In conclusione, non può, dunque, non venire alla mente il prezioso insegnamento, razionale e kantiano, di Benedetto XVI: «Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore, allora esso non è un progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo».

Foto Ansa


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