Maternità difficili. L’impegno per la vita della Comunità Papa Giovanni XXIII

Sole, abbandonate dalla famiglia e dal partner. Ma quando trovano aiuto, non abortiscono. Parla Enrico Masini

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Quasi 500 donne (499 per la precisione) aiutate solo nel 2015, 319 di queste incinta, le altre con bambini piccoli di età inferiore a tre anni. La Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi, da sempre apre le porte delle sue case famiglia a donne che si trovano in difficoltà con il progetto “Maternità difficili”. Donne impaurite, che si ritrovano sole, abbandonate dalla famiglia o dal partner perché incinte. La Comunità Papa Giovanni XXIII ha presentato a Bologna, lo scorso 8 luglio, i dati relativi al suo impegno. Li racconta a tempi.it Enrico Masini, responsabile del servizio Famiglia e Vita della Comunità.

Di queste 499 donne aiutate, quante sono state ospitate direttamente nella sua casa?
Tante di loro, c’è sempre voglia di aiutare tutte. Io e mia moglie abbiamo sei figli naturali, e poi ci sono loro, le ospiti, a volte con bambini al seguito. Prima di far entrare in casa un’altra ospite ne parliamo sempre tutti insieme, il più delle volte i loro pareri sono positivi, ma qualche volta nascono discussioni. Si ragiona insieme, anche se ogni volta sono certo che a fine esperienza ne saranno contenti, e nemmeno ricorderanno più le remore iniziali.

Alla conferenza stampa era presente una donna, giovane, con neonato sulle spalle.
Lei è una delle ultime ragazze che abbiamo aiutato. Eravamo d’accordo che avrebbe fatto una testimonianza, raccontando la sua storia. Si è seduta di fronte ai giornalisti ma è riuscita a dire solo una frase, troppo commossa per essere lì. Prima ha guardato i giornalisti, poi ha guardato suo figlio e ha sorriso dicendo: «Quando sono triste guardo il mio bimbo e passa tutto». Non poteva dire una cosa più bella di questa.

Una cosa che le donne che vogliono abortire non sanno.
Quando una futura madre decide di abortire, nel nostro paese, trova le cose facili. Se leggo che al giorno d’oggi ci sono molte limitazioni all’aborto, alla libertà della donna, scuoto la testa. È tutto il contrario: l’aborto è una scelta facile dal punto di vista del percorso sanitario-giuridico. Se nel corso dei primi 90 giorni della gravidanza, una donna ha un dubbio sul portarla avanti, troverà purtroppo facilmente qualcuno che l’aiuterà a farlo, che le illustrerà per filo e per segno tutte le difficoltà di crescere un figlio da sola. Così la donna cederà, e deciderà di abortire. Mancano purtroppo gli interlocutori che sostengono il contrario, che la scelta giusta sia far nascere quel figlio. Con le case famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII cerchiamo di dare un primo aiuto, offrendo ospitalità. Per mettersi in contatto con noi basta telefonarci al numero verde 800-035036, anche se molto spesso le donne hanno paura a chiedere aiuto. In Italia abbiamo un saldo nascite/morti molto basso, il più basso d’Europa, e non abbiamo sufficienti politiche atte a sostenere la maternità. Non so in che direzione andremo continuando così.

Le donne da voi aiutate sono per il 47 per cento italiane e per il restante straniere. Le proporzioni sono quasi simili, mentre si potrebbe pensare che il fenomeno delle maternità difficili sia più aderente alla realtà straniera.
Inizialmente era così, ma negli ultimi anni la percentuale di donne italiane è cresciuta, e la colpa è imputabile alla crisi. Purtroppo sempre più donne in età fertile (25-35) hanno un contratto di lavoro instabile o precario, e questo fa sì che per paura di perdere il lavoro rinuncino ad avere un figlio. Al momento stiamo aiutando due ragazze che avevano un contratto a tempo determinato e hanno perso il lavoro durante la gravidanza. Una volta l’Inps garantiva comunque una copertura economica fino ai primi tre mesi di vita del bambino, ora non è più così. E queste ragazze si trovano in difficoltà serie per aver desiderato di avere un bambino.

Può raccontarci una storia di maternità difficile?
Un po’ di tempo fa c’era una donna nigeriana con 5 figli, incinta del sesto. Voleva abortire e si era recata in ospedale intenzionata a farlo. Lì per fortuna ha trovato un operatore sanitario che le ha parlato della nostra comunità, in particolare della mia casa famiglia e, pur titubante, ha accettato di parlare con me e mia moglie. Casualmente, dopo qualche ora dal colloquio, ho incontrato la donna alla fermata dell’autobus, le ho chiesto dove stesse andando. Mi ha spiegato di aver deciso di denunciare il marito per violenza, di volersene andare con i bambini. Le ho chiesto dove avrebbe dormito e lei, pur essendo musulmana, mi ha risposto: «Andrò sotto il porticato di una chiesa, Dio mi aiuterà». Poi l’abbiamo accolta con i suoi bambini nella nostra casa famiglia, successivamente il bambino è nato e abbiamo aiutato sua madre a venire in Italia. Le ho ricordato di quel Dio che mi aveva nominato tempo prima, e lei ha sorriso.

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