Rossetti (Fastweb): «Ho passato 100 giorni in galera da innocente perché “non potevo non aver capito”»

Parla a tempi.it l’ex direttore delle finanze dell’azienda fondata da Silvio Scaglia, assolto come tutti i vertici Fastweb. Sulla custodia cautelare, «i giudici applicano leggi che non hanno nulla a che vedere con quelle scritte»

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«Il primo interrogatorio è del febbraio 2007. Ma un mese prima, erano già uscite alcune indiscrezioni sul Repubblica riguardo alle indagini su Fastweb. I pm ci chiamarono come indagati, non come testimoni. Il caso venne archiviato. Passarono tre anni e fui arrestato». Inizia così la storia di Mario Rossetti (foto a lato, tratta da www.silvioscaglia.it), ex direttore amministrativo e finanziario di Fastweb, definito in seguito dai giudici «l’uomo di Silvio Scaglia», nel processo Fastweb-Telecom-Sparkle. Come il fondatore di Fastweb, anche Rossetti è stato assolto settimana scorsa. Da innocente, però, ha dovuto passare 100 giorni in galera fra San Vittore e Rebibbia. Come la documentazione, anche le accuse della Procura di Roma, «erano le stesse dell’inchiesta archiviata nel 2007: evasione dell’Iva e frode fiscale», spiega Rossetti a tempi.it.

Cosa era cambiato fra l’inchiesta archiviata nel 2007 e l’arresto del 2009?
Nel 2009 i Ros intercettarono casualmente il faccendiere Gennaro Mokbel, e i Pm chiesero la riapertura del fascicolo del 2007. Era il 14 agosto: la procura trasmise al Gip feriale, Aldo Morgigni, la richiesta d’arresto. Avrebbero potuto inoltrarla al giudice naturale, visto che il Gip mi fece arrestare mesi dopo, nel febbraio del 2010. Le accuse non erano cambiate. Erano le stesse del 2007. Solo che in questo caso mi misero in carcere.

Perché?
Non lo so e non l’ho mai capito. Ho passato giorni a leggere l’ordinanza, senza trovare niente sulla mia presunta complicità con Mokbel. Forse i Pm pensavano che avrei confessato. Nel corso del dibattimento hanno cercato di motivare la mia colpevolezza dicendo che “non potevo non aver capito”. Che motivazione sarebbe? Di una cosa sono sicuro: i giudici non possono non sapere cosa dice il Codice di Procedura Penale riguardo alla custodia cautelare. Ci sarebbero tre motivi per giustificare un arresto preventivo, e nel mio caso non erano riscontrabili: reiterazione del reato, inquinamento probatorio, fuga. Io, nel 2010, lavoravo per un’altra azienda: in che senso avrei potuto reiterare il reato? Il reato era stato commesso prima del 2007, c’era già stata un’inchiesta: non esisteva alcun pericolo concreto e preciso che le inquinassi. Avevo una famiglia con figli piccoli, e tutti i beni sequestrati: dove sarei fuggito?

L’hanno arrestata senza motivi?
Io non ne ho trovati. Ho fatto la fine di quei 30 mila italiani in custodia cautelare, 15 mila dei quali, in attesa di giudizio, e buona parte, come me, che saranno poi assolti al processo.

Cosa è accaduto quando è stato portato a Rebibbia?
Mi hanno sequestrato i beni, bloccato i conti correnti. È come se avessero messo in prigione anche la mia famiglia. Si immagini come avrei potuto difendermi se non mi avesse aiutato Fastweb, l’azienda per cui avevo lavorato, e che ha sempre creduto in me e nella mia innocenza. E io parlo da fortunato, rispetto alle migliaia di poveri cristi in galera. Il carcere è pieno di persone ai margini: gli avvocati non vengono neanche a difenderli, perché non hanno i soldi.

Com’è stata l’esperienza in carcere?
Chiaramente, a vivere così stretti, in convivenza, si innesca la solidarietà umana. Io ho vissuto in una cella da tre posti con altre cinque persone. Con i miei centodieci euro alla settimana, che è il massimo che si può avere in carcere, sostenevo le esigenze minime della nostra cella. Ma, a parte questo, è stato terribile. Sei costretto a rimanere a letto, il tempo è circolare e scandito dai programmi televisivi. I parenti si vedono una volta la settimana. L’ora d’aria è una presa in giro. La rieducazione per i condannati, non ne parliamo. Vivi sospeso per giorni, settimane. Non si può fare nulla, a parte giocare a carte o guardare la tv. Per sopportarlo si deve cercare di dormire. Anche le cose normali, come telefonare, sembrano missioni difficilissime. Per consegnarmi una scheda telefonica ci hanno messo due mesi e mezzo!

Quale giudizio dà alla sua vicenda? La giustizia italiana non funziona?
No, nel mio caso non ha fuzionato. Il nostro codice di Procedura Penale è molto garantista, ma i giudici ne hanno applicato un altro, materiale, che non ha nulla a che vedere con quello scritto. C’è anche il modo di agire della procura, dei Pm, che non si sono voluti arrendere agli esiti della fase dibattimentale del processo. Nel mio caso sono arrivati a chiedere una condanna a 7 anni. Eppure non sono avvocati dell’accusa. Sono giudici, tutelati come tali. Ma nonostante la mancanza di prove, non hanno mai rinunciato alla loro teoria. Questo è ciò che più mi ha colpito e ho trovato ingiusto. Quello che mi è capitato non dovrebbe accadere a nessuno.

Come cambiare la giustizia?
Per quanto mi riguarda, i giudici dovrebbero essere resi responsabili delle loro azioni. Dovrebbero avere la responsabilità civile. Non importa come venga applicata, se può servire a impedire quello che mi è capitato. La responsabilità civile ce l’hanno tutti, anche chi svolge incarichi delicati, come i medici. Poi, senz’altro, occorrono le carriere separate e la riforma dell’obbligo dell’azione penale.

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