Mariella Enoc, il leone del Bambino Gesù

Non ha potuto portare Alfie in Italia. Ma ha fatto «il possibile e l’impossibile», dimostrando che senza cura cristiana non resterà che il moralismo utilitarista di un regno fanatico di leggi e protocolli

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Ieri una settantaquattrenne ha messo tutto sottosopra. Facendo il leone delle solite cose, curare i malati e servire gli infermi, le solite cose insomma, «pensate al vostro figlio, al resto pensiamo noi» – quante volte lo avrà ripetuto nel “suo” ospedale, il più grande policlinico e centro di ricerca pediatrico in Europa, 2.600 tra medici, ricercatori, infermieri, tecnici ospedalieri e impiegati che si occupano ogni anno di erogare oltre 1 milione e mezzo di prestazioni a bambini e ragazzi di tutto il mondo. Curare i malati e servire gli infermi (è scritto nel Vangelo, e non era iniziato tutto così una manciata di secoli fa, quando qualcuno iniziò a prendersi cura degli inguaribili allontanati e lasciati crepare fuori dalla città?), anche il Papa glielo aveva ribadito, le aveva fatto sapere senza possibilità di equivoco alcuno che avrebbe dovuto «fare il possibile e l’impossibile» perché Alfie Evans venisse al Bambino Gesù, la cittadella in cui i genitori pensano ai figli, e a tutto il resto pensa l’ospedale, fino alla fine.

L’UNICA COSA DA FARE. E lei, Mariella Enoc, novarese, laureata in medicina e dal 2015 presidente del grande nosocomio vaticano, lo aveva fatto: come per Charlie Gard, era da luglio che confermava all’Alder Hey che il Bambin Gesù era disponibile ad accogliere Alfie, disponibilità ribadita fin da settembre, quando i medici di Roma raggiunsero Liverpool per visitare il piccolo paziente e fino alla scorsa settimana, quando Enoc incontrò il padre di Alfie al termine del suo colloquio privato con il Papa e, radunata la sua équipe, inforcò carta e penna. Scrisse due lettere, la prima proprio per il papà di Alfie, la seconda per l’Alder Hey, corredata di un approfondimento alla nota consegnata a settembre, ribadendo il desiderio di collaborare con l’ospedale, invitandolo a un’alleanza, garantendo aiuto anche per il trasporto aereo e la presa in carico totale dei costi di Alfie, nonché la disponibilità a recarsi personalmente e con i suoi collaboratori a Liverpool. Ma niente. Davanti al silenzio e alla sordità inglese non le restava che una cosa da fare e Mariella Enoc l’ha fatta, ha preso un aereo, un anestesista, e ha raggiunto l’Alder Hey ieri in mattinata,  giorno deciso per il distacco dei supporti vitali.

UNA CURA LAICA, CIOÈ CRISTIANA. Mariella Enoc non ha portato a casa Alfie, non poteva: quello che poteva fare era rispondere all’appello del suo papà, non lasciare nulla di intentato, rappresentare il Papa. Non poteva portare Alfie in Italia, ma poteva portare in Inghilterra – dove è possibile stabilire per sentenza che la vita è un inferno e la morte una liberazione – la più efficace testimonianza dell’eccellenza della cura cristiana. Così laica e ancorata alla realtà da rispettare il suo compito fino alla fine (perché non c’è forse un unico piano su cui scienza e fede convergono, dai tempi di Ippocrate, senza voler fare proselitismo l’una sull’altra, il piano che è chiamato uomo? Se il vaccino ai limiti della medicina fosse uccidere, non cesserebbe di vivere la medicina stessa?).
«Sento tutta la mia impotenza. L’ospedale sa che sono qui ma mi hanno detto che non mi vogliono ricevere», ha detto Enoc parlando a Tv2000. «Vivo in una realtà in cui i casi come Alfie sono tantissimi e le mamme dell’ospedale mi hanno chiesto di fare qualcosa. Mi hanno anche detto “voi qui i nostri figli li lasciate vivere”». Perché Enoc ha dimostrato che è proprio nel momento in cui alcuni medici stabiliscono che non c’è più nulla da fare e non hanno più da perder tempo con un paziente, che per altri medici è invece possibile fare moltissimo e andare incontro al paziente. Ha acceso una miccia di coscienza, nel casino che era l’Arder Hey ieri – mentre venivano battute tutte le strade per impedire il distacco dei supporti vitali, dalle manifestazioni ai ricorsi giudiziari, dalle denunce alle dirette Facebook, fino alla consegna della cittadinanza italiana ad Alfie Evans –, con i suoi settantaquattro anni, un biglietto aereo e la certezza che non ci possa essere altra forma capace di contenere tutte le richieste, tutte le necessità disperate di una famiglia, della carità cristiana che resiste al significato che il mondo vorrebbe dare all’esistenza di un bambino inguaribile.
UN FIGLIO, UNA NONNA. Un bambino che nel momento più acuto ed estremo della sua vita per qualcuno diventa solo la sua malattia, un cencio umano col cervello ridotto a poltiglia, per qualcun altro invece diventa ancora di più un figlio, che fino all’ultimo dovrà restare nelle braccia dei suoi genitori per sentirsi di nuovo tutto intero. Ecco il medico che si prende cura dell’interezza del bambino, non solo dei suoi pezzi, del suo male, della sua carne, delle sue ossa. Ecco il medico che raccoglie l’interezza di un bambino per riconsegnarla a chi lo ha messo al mondo. Dove nulla è “futile”.
All’inizio dell’anno, intervistata in occasione della Giornata del malato dalla rivista Palabra che le chiedeva se si sentisse un po’ la mamma dei suo bambini ricoverati, Enoc rispose «questa è una definizione che Papa Francesco ha usato nei miei confronti nelle occasioni in cui lo abbiamo incontrato. Più che mamma mi sento forse nonna. Nella mia vita non ho avuto figli, né nipoti o parenti e mi sono praticamente sempre occupata di anziani e di adulti (…) Oggi se vedo un bambino anche per la strada lo abbraccio. E quando sono molto stanca ho una mia ricetta: mi alzo e vado in un reparto e questo mi dà tanta motivazione. Ogni donna alla fine ha sempre una dimensione generativa che può essere esercitata verso tutte le persone: anziani, adulti, sofferenti, non importa che siano bambini».
«NON C’È CURA SENZA RELAZIONE». Non importa che abbiano il destino segnato, «non c’è cura senza relazione», ha detto Enoc lasciando l’ospedale, dove ha potuto incontrare solo i genitori di Alfie e non il personale sanitario, «se si vuole il bene delle persone non ci può essere imposizione, né contrapposizione ideologica, né battaglie singole (…) Credo che occorra abbassare i toni e cominciare la riflessione in maniera civile, non più quando c’è un singolo caso perché potrà succedere ancora ad infiniti bambini, a infinite persone. Questa riflessione deve essere un fatto culturale, non ci possono essere singole battaglie. Davvero deve essere messa al centro la persona che soffre. Mi auguro che questo caso possa servire anche per aprire una discussione laica».
Laica, cioè cristiana, perché eliminata la cura cristiana delle esistenze così temporalmente segnate non resterà che il moralismo utilitarista di un nuovo regno fanatico di leggi e protocolli. Così pedante nell’applicarli da soffocare i suoi sudditi.
Foto Ansa

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