Italiana o europea, Mani Pulite è sempre quella roba lì

Di Emanuele Boffi
06 Dicembre 2025
Calma a dare giudizi affrettati sul caso Mogherini. Come per il Qatargate potrebbe rivelarsi un'inchiesta molto mediatica. Intanto, ritagliamo e conserviamo l'intervista a Eva Kaili
Eva Kaili (Ansa)
Eva Kaili (Ansa)

Tra le interviste di questa settimana da ritagliare e conservare in archivio c’è quella rilasciata da Eva Kaili alla Stampa del 4 dicembre. Eva Kaili è l’ex vicepresidente dell’Europarlamento arrestata e finita in cella il 9 dicembre 2022 per l’inchiesta “Qatargate” che, per qualche settimana, fu presentata sui giornali come una sorta di Mani Pulite europea. Come quella italiana, la Tangentopoli europea aveva il suo Di Pietro (il giudice Michel Claise), i suoi titoli roboanti sui giornali, le accuse al “sistema”, la destra forcaiola, la sinistra più forcaiola della destra (Kaili, bella presenza, era l’astro nascente dei socialisti greci), le sue trame, le sue valigie piene di denaro.

Passati tre anni da quel polverone, cosa è rimasto? Poco o nulla. Michel Claise, che ai tempi dell’indagine auspicava «una Greta Thunberg per il risanamento economico», si è dovuto dimettere per un clamoroso caso di conflitto di interesse riguardante il figlio (socio di un’eurodeputata sfiorata dall’inchiesta), si è candidato in Belgio in un partito di centrosinistra, ha raccolto solo 6.739 preferenze ed è stato trombato. Il Qatargate è finito nel dimenticatoio anche se, formalmente, l’inchiesta è ancora in corso.

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I titoli prima dei fatti

Appunto. Questo è uno dei tanti aspetti stravaganti del caso. Alla Stampa, Kaili ha raccontato che «in cella mi lasciarono al freddo senza coperte, mi tolsero un cappotto, un modo per costringermi a collaborare. Ma non avevo niente da dire». Rimase in carcere due giorni, luce sempre accesa, non le diedero nemmeno gli assorbenti di cui aveva bisogno. Non poté vedere la figlia per un mese.

Ad oggi, spiega, «ho ancora un accesso parziale al fascicolo. Questo evidenzia problemi più ampi: opacità, ritardi, squilibrio e un sistema che continua a operare nonostante tutte le figure giudiziarie abbiano abbandonato le indagini o siano state addirittura arrestate e incriminate, come nel caso del capo della polizia giudiziaria, accusato di aver violato il segreto istruttorio e la presunzione d’innocenza».

L’inchiesta che le ha rovinato la vita è stato «un caso-trofeo in cui i titoli sui giornali hanno preceduto i fatti. Anche se la verità li contraddiceva». I suoi colleghi parlamentari di sinistra si sono dimostrati dei pavidi («il gruppo S&D mostra sensibilità solo quando è politicamente conveniente, sia in Grecia che al Parlamento») e l’unica politica che ha avuto il coraggio di andare a trovarla in cella è stata la berlusconiana Deborah Bergamini.

Federica Mogherini (Ansa)
Federica Mogherini (Ansa)

Giudizi non affrettati

«L’Unione Europea non può più tollerare un sistema che prende di mira, isola e distrugge figure politiche prima ancora che i fatti siano accertati», dice ancora Kaili nell’intervista.

Come non essere d’accordo? È per questo che anche con il recente caso che ha coinvolto, tra gli altri, Federica Mogherini, ex alto rappresentante per la politica estera Ue, ex ministra degli Esteri nel governo Renzi, e l’ex ambasciatore Stefano Sannino, occorre andarci cauti. Sono accusati «di aver utilizzato in modo improprio fondi europei per finanziare le attività del Collegio d’Europa tra il 2021 e il 2022», ma Mogherini, dopo un lungo interrogatorio, è stata rilasciata senza condizioni.

Il Belgio peggio dell’Italia

Prima di ipotizzare, come faceva ad esempio venerdì Repubblica, possibili complotti orchestrati da «manine russe», forse basterebbe illustrare, come ha fatto Stefano Zurlo sul Giornale, il funzionamento del sistema giudiziario belga:

«In Italia siamo messi male, ma in Belgio è pure peggio. La figura chiave è quella del giudice istruttore che rimanda al sistema inquisitorio, quello che c’era anche in Italia fino al 1989, ma poi abbiamo virato e abbiamo introdotto il nuovo codice di procedura penale, alla Perry Mason, che mette sullo stesso piano accusa e difesa. Ora contiamo di completare quella rivoluzione con la separazione delle carriere. In Belgio, vetrina sull’Europa e cuore della Ue, siamo all’inquisitorio al quadrato. Si può essere sentiti anche senza difensore, come scelse di fare Panzeri, e l’altra sera Mogherini e Sannino sono stati ascoltati, con l’aiuto dei loro legali, da alcuni poliziotti, non dai magistrati».

Capite dunque anche voi che l’intervista a Kaili è da ritagliare e conservare nel cassetto, soprattutto per la sua ultima dichiarazione:

«L’Europa deve correggere questi metodi, che permettono alla giustizia di essere dettata dai titoli di giornale e da narrative geopolitiche. Se non sarà in grado di farlo, le sue istituzioni dovrebbero trasferirsi in Italia, dove il garantismo esiste ancora».

Con un sorriso rispondiamo: sì, certo. Noi magari aspetteremmo l’esito del referendum prima di preparare gli scatoloni.

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