Mani Pulite, 20 anni dopo. Mi spiegate cosa c’è da commemorare?

Se i pm del ’92 fossero stati come i carabineros di Pinochet o i generali turchi degli anni 70 avrebbero almeno cambiato qualcosa negli assetti istituzionali italiani, invece hanno solo interrotto il sia pur scassato funzionamento della politica nazionale senza sostituirlo con niente.

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Pubblichiamo l’articolo di Lodovico Festa che appare sul numero 7/2012 di Tempi in edicola.

I Davigo, i Colombo, i Caselli che commemorano le gesta di Mani pulite (sono passati vent’anni ormai dal fiorire di quella stagione) trasmettono una sensazione di rancido: un ricordo di sapori forti che colpirono l’immaginazione popolare e che man mano rivelarono un fondo disgustoso. Alla fine tra gli antichi protagonisti paiono un po’ più credibili Francesco Saverio Borrelli, che qualche mese fa ha confessato: «Se avessimo saputo come finiva, non lo avremmo fatto», e Luciano Violante, una Lady Macbeth della politica italiana, tutta tesa a lanciare riforme bipartisan sulla giustizia anche per ripulirsi dalle macchie che continuano ad apparire sulle mani. 

Se i pm del ’92 fossero stati come i carabineros di Augusto Pinochet o i generali turchi degli anni Settanta avrebbero almeno cambiato qualcosa negli assetti istituzionali italiani, invece hanno solo interrotto il sia pur scassato funzionamento della politica nazionale senza sostituirlo con niente. Vi sono nella nostra Italia cantori della “tecnica” al posto della politica che guardano persino a Pechino per cercare un modello: ma un regime autoritario ha bisogno di basi concrete per funzionare, altrimenti non serve che a destabilizzare lo Stato e la nazione, offrendoli all’incontrastato prevalere delle influenze internazionali. L’unica alternativa non è pretendere di cambiare dall’alto gli italiani ma consentire loro di cambiarsi con la politica, l’autoresponsabilizzazione, insomma con quell’obsoleto metodo che è la democrazia. 

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