Chissà perché quando parla di manette e garantismo Renzi ricorda tanto D’Alema

Renzi contro gli avvisi di garanzia usati come condanne. Bravo Matteo, era ora. Ma qualcuno si ricorda come si comportò con il caso del ministro Cancellieri?

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>>>ANSA/RENZI PRESENTA LIBRO D'ALEMA CHE GLI REGALA MAGLIA TOTTI

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – All’estero, dai più importanti Parlamenti nazionali fino al più piccolo Consiglio comunale, la coerenza è considerata un valore supremo, imprescindibile. Da noi, invece, presidenti del Consiglio, ministri, segretari di partito e compagnia bella sono campioni di zig-zag. Il 28 febbraio, parlando alla scuola di formazione politica del Pd, Matteo Renzi ha affrontato un tema delicato, il garantismo. «Troppo spesso negli ultimi anni – ha detto con sguardo pensoso – è bastato un avviso di garanzia per decretare la condanna di una persona: ma questa è una stortura pazzesca, e il merito del Pd è aver cambiato approccio ed è una cosa di cui vado fiero». Perché «non bisogna accettare una certa deriva della stampa e di una parte dei cittadini, che confonde giustizia con giustizialismo. Se staremo dalla parte del giustizialismo, avrà perso l’Italia e la Costituzione». Poi, per far capire che parlava sul serio, Renzi ha riaperto le porte del Pd a Salvatore Margiotta, uscito da un processo per appalti lucani della Total: «Qualche anno fa – ha ricordato Renzi – Margiotta aveva ricevuto un avviso di garanzia, poi è stato prosciolto in primo grado e condannato in appello. Allora aveva lasciato il gruppo Pd. Poi il processo è arrivato in Cassazione e ieri ha ottenuto una assoluzione, piena e totale. Oggi io lo abbraccio e lo aspetto lunedì al gruppo Pd».

Verrebbe da dire: bene, bravo, bis. Era ora. Ma qualcuno dovrebbe ricordare a Renzi cosa sosteneva soltanto nell’estate 2013, da sindaco di Firenze, quando scoppiò il caso delle intercettazioni dell’allora ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, che al telefono manifestava preoccupazione per il precario stato di salute della figlia di un amico, Salvatore Ligresti, finita in carcere. Bastò che iniziassero a girare voci su un’indagine aperta a Torino sul guardasigilli, e Renzi mostrò la verve di una tricoteuse rivoluzionaria: «Non è vero che bisogna aspettare un avviso di garanzia per dimettersi», dichiarò. «Il nuovo Pd non deve difendere casi di questo genere. Se fossi stato segretario, avrei detto di votare la sfiducia». Certo, la situazione era diversa. Tre anni fa al governo c’era un altro presidente del Consiglio, sia pure del Pd come Renzi: Enrico Letta. Il giovane sindaco era nel pieno della corsa per la segreteria del partito, e l’ultimo impaccio da scalzare per arrivare alla guida del potere era proprio il povero Letta.

Ma fa impressione osservare come, specie a sinistra, ci sia chi usa il tema delle garanzie alla stregua di un tram: si sale e si scende a seconda del percorso, del momento, dell’utilità contingente, politica e personale. È vizio antico, patrimonio consolidato di quel serpentone politico della continuità intitolato Pci-Pds-Ds-Pd.

Renzi se ne adombrerà, ma in questo assomiglia tanto al “rottamato” Massimo D’Alema. In materia, anche lui ha fatto più di una svolta. Nel dicembre 2009 ammise che Mani pulite era stata uno strumento nelle mani del Pci-Pds-Ds: «Facemmo l’errore d’illuderci che cavalcando l’ondata di antipolitica saremmo andati al potere». Per ricordare l’altalenante fraseggio dalemiano in quegli anni ruggenti, l’uomo si disse solidale «con i magistrati che stanno affondando il bisturi nel marcio della corruzione (…) venuta fuori in nome della democrazia bloccata e dell’anticomunismo». Fino a quando il pool di Milano sfiorò gli ex comunisti: allora D’Alema li bollò come «il soviet». Ma alla fine fu lui a offrire ad Antonio Di Pietro un seggio da senatore nel Mugello.

Foto Ansa


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