Malaysia. Solo i musulmani possono usare la parola “Allah”? A rischio 1,6 milioni di cristiani

È atteso per lunedì il verdetto della Corte d’Appello sul caso dell’uso del termine “Allah”. La sentenza di prima istanza aveva dato ragione alla Chiesa cattolica. Ma governo e leader islamici hanno fatto ricorso. In ballo la libertà religiosa

È previsto per lunedì 14 ottobre il verdetto della Corte di Appello di Kuala Lumpur (Malaysia) sul ricorso presentato dal governo contro la sentenza di primo grado, emessa nel 2009, sul caso dell’uso del termine “Allah” per i cristiani. Quattro anni fa, nel processo di prima istanza, la Chiesa cattolica, come editore del settimanale cattolico Herald, aveva visto riconosciuta la legittima possibilità di usare la parola “Allah” per indicare “Dio” nei suoi riti e nelle pubblicazioni in lingua malaysiana, spiega una nota dell’agenzia Fides.

La parola “Allah” è usata da secoli dai cristiani nella lingua locale, in cui non esiste altro termine equipollente. Ma secondo alcuni membri dell’esecutivo e molti leader religiosi islamici, il termine sarebbe invece appannaggio esclusivo dei musulmani. Da questo è nato il ricorso presentato dal Governo e che lunedì arriverà a sentenza.

Alla vigilia della sentenza, i cristiani rivendicano tale diritto, affermando che un divieto «violerebbe l’accordo costituzionale del 1963 che garantisce il diritto inalienabile alla libertà religiosa per i non musulmani», afferma una nota della associazione delle Chiese a Sarawak, provincia della Malaysia. «Una limitazione del genere trasformerebbe in criminali 1,6 milioni di cristiani che vivono qui». Monsignor Thomas Zeni, presidente del Consiglio delle Chiese a Sabah, rimarca: «Con il massimo rispetto per le autorità dello stato – siano il potere esecutivo, legislativo o giudiziario – chiediamo che non si lasci che il fanatismo religioso, il razzismo e l’estremismo avvelenino la nostra nazione malaysiana».