«Mai avrei immaginato di provare un dolore così forte». La malagiustizia diventa un film

Il documentario di ErroriGiudiziari.com racconta le storie di cinque persone qualunque che un giorno, senza sapere perché, finiscono nel tritacarne giudiziario

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Pubblichiamo la rubrica di Maurizio Tortorella contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Avete mai visto quel capolavoro del cinema che è Detenuto in attesa di giudizio, con un immenso Alberto Sordi ingiustamente arrestato e oscenamente sballottato dalla giustizia italiana per mesi, prima di essere liberato senza alcuna scusa (anzi, prima del rilascio un magistrato lo rimprovera, assai seccato: «Ma non poteva dirlo prima, che era innocente?»)?

Ecco, se lo avete visto non potrete che ripensarci con sottile inquietudine, forse addirittura con angoscia. Perché Non voltarti indietro, il nuovo docu-film prodotto da ErroriGiudiziari.com e diretto da Francesco Del Grosso che racconta cinque storie vere d’ingiusta detenzione, agita gli stessi spettri, nascosti dietro le medesime sbarre arrugginite, ficcati nelle stesse buie celle, e corre su e giù per le identiche scale tortuose di quel castello kafkiano che è la malagiustizia italiana.

Con un problema, drammatico, in più: la pellicola di Nanny Loi, pietra miliare nel nostro cinema di denuncia, uscì nel 1971. Ma 45 anni dopo, come mostra il film di Del Grosso, nulla è cambiato. E di certo se la giustizia non portasse una benda sugli occhi, proverebbe orrore per i suoi errori. In 75 minuti, Non voltarti indietro racconta cinque storie di persone normali (un impiegato delle poste, un pubblico dipendente, l’assessore di un piccolo Comune, uno stilista, una commercialista), che all’alba di un giorno qualunque, senza nemmeno saperne il perché, si trovano sminuzzati dal tritacarne giudiziario. Sbattuti in cella da innocenti, e come Sordi in attesa di un giudizio di cui non capiscono né le origini né la logica. E in questo stato trascorrono giorni, settimane, mesi… «In Italia» dice Del Grosso «non erano mai stati realizzati documentari che mettessero insieme più vittime sul tema. C’erano stati racconti per il piccolo schermo, nulla di cinematografico».

Le immagini girate in carcere (si riconoscono San Vittore e Rebibbia) si alternano a quelle dei volti delle cinque vittime (la cui fissità dello sguardo ben descrive il terrore evocato dallo sforzo del ricordo), ma anche a disegni in bianco e nero, tanto simili agli schizzi dei cronisti giudiziari americani. I cinque ricordano il loro ingresso nel carcere («Mai avrei immaginato di provare un dolore così forte». «Inizi a scoprire un mondo completamente nuovo, irreale». «La struttura era così vecchia da causare il magone solo a entrarci un attimo». «Pensi: il giudice ha sicuramente sbagliato, ma poi ti chiudono la porta alle spalle…»), e la vita all’interno della prigione («Ti senti un delinquente: io le avevo viste solo in tv queste cose, nei film». «Nell’ora d’aria passeggiavo come un folle da un muro all’altro». «Dopo, ho saputo che mio padre passava ore davanti al portone di Rebibbia, aspettando che io uscissi»).

Le immagini feriscono gli occhi, le voci dei cinque ti restano dentro. Sono vite segnate per sempre, quelle che ti scorrono davanti. Ascolti le loro parole, e un’immensa malinconia ti prende alla gola. «Mi avevano messo lì come un pacco postale». «Mi interrogarono e mi resi perfettamente conto dai loro sguardi che non sarei mai uscita». «Di continuo pensavo: cedo, e m’ammazzo, oppure resisto e combatto?». «Alla fine, quando mi hanno assolto per non avere commesso il fatto, in aula il pubblico ministero mi ha dato un colpetto sulla spalla e mi ha detto: “Dai, certe esperienze nella vita possono servire”». Forse ancora peggio della battuta riservata ad Alberto Sordi 45 anni fa.

È un film che dovrebbe essere proiettato nelle scuole medie superiori, di certo nella Scuola della magistratura. Uno si augura che lo veda soprattutto il ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

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