Magistrale prolusione di Bagnasco da Gesù alle elezioni: tutti si schierino sui principi non negoziabili

La splendida prolusione di Angelo Bagnasco al Consiglio Permanente della Cei iniziato ieri rimarrà, a mio parere, uno degli interventi più significativi della sua Presidenza.

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La splendida prolusione del Card. Bagnasco al Consiglio Permanente della Cei iniziato ieri rimarrà, a mio parere, uno degli interventi più significativi della sua Presidenza. Un testo da leggere, rileggere e meditare in tutti i suoi tantissimi spunti e suggestioni, nelle riflessioni che propone e nella strada che indica da percorrere. Nella confusione cupa che il nostro paese sta attraversando si percepisce nettamente la certezza delle fede cristiana nelle parole del Cardinale, insieme alla lucidità di un giudizio di cui è evidente l’origine.

L’inizio è quasi disarmante: “No, non finiremmo mai di parlare di Gesù” e il Cardinale già immagina che non saranno queste le parole che saranno riprese dalla stampa, e che il richiamo alla Persona di Cristo potrebbe sembrare ovvio, e lo dice, per ribadire che “si sappia però che è questo, è Gesù Cristo che noi vogliamo porgere, il Suo nome far risuonare”.

E proprio per questo scopo – far risuonare il Suo nome – la prolusione diventa una lunga e interessante lettura del tempo che stiamo attraversando. Tante le questioni affrontate, nessuna in modo scontato. Dura la denuncia delle persecuzioni dei cristiani, con la distrazione dell’Occidente che “ proclama sì i diritti umani ma poi sembra volerli applicare ed esigere con pesi e misure diversi”, ed è forte l’invito alla “sistematica memoria” dei fratelli perseguitati. E poi la crisi alimentare e quella economica, e l’importanza del “capitale umano”: la persona sempre al centro, insomma, a partire dalla vita delle parrocchie, per le quali si raccomanda la cura dei sacramenti, fino al giudizio sulla situazione sociale e politica del nostro paese.

Nel bel mezzo della campagna elettorale il capo dei vescovi italiani racconta del “senso di smarrimento”, della “percezione di un paese perennemente incompiuto”:  espressioni di chi sa ascoltare la sua gente e sa farsi interprete del suo sentire. E delle prossime elezioni il Cardinale affronta la questione fondante, quella antropologica, riassumibile nei principi non negoziabili, ai quali è dedicata quasi l’intera seconda metà della prolusione, con un rilievo enorme, forse mai così intenso come in questa occasione.

Difficile adattare il testo a piccole convenienze di campagna elettorale: è detto forte e chiaro che “quando la Chiesa si interessa dell’inizio e della fine della vita, lo fa anche per salvaguardare il “durante”, perché ciò che le sta a cuore è tutto l’uomo”, e soprattutto che non “ci si può illudere di neutralizzare in partenza il dibattito, acquisendo all’interno delle varie formazioni orientamenti così diversi da annullare potenzialmente le posizioni, o prevedere al massimo il ricorso pur apprezzabile all’obiezione di coscienza. […] quando si giunge di fronte alla grande porta dei fondamentali dell’umano, non è possibile il silenzio da parte di alcuno, persone e istituzioni: si è arrivati al “dunque”. Reticenze e scorciatoie non sono possibili: bisogna dire il volto che si vuole dare allo Stato”.

Ricorrono nel testo il significato e il valore della famiglia basata sul matrimonio, senza ombra di retorica, perché “nulla può esserle equiparata”. L’agenda politica deve avere come priorità questi princìpi, basati sulla ragione e sulla costituzione, che definiscono la radice dell’umano, perché “se la natura dell’uomo non esiste, allora si può fare tutto, non solo ipotizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso”. Una lectio magistralis per chi vota e per chi è votato, in nome della verità della natura umana. Da un pastore al popolo tutto.

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