Casca il mondo
La madre di tutti gli orrori
Uno degli argomenti più sentiti per difendere la cosiddetta “famiglia nel bosco” è stata la domanda “perché gli assistenti sociali non vanno a fare sopralluoghi nei campi rom?”. È un’obiezione che fa presa di pancia, perché sposta lo sguardo sulle zone di degrado e fuori dalla legalità. Per difendere la famiglia come luogo di libertà educativa e di responsabilità possiamo essere più coraggiosi e infilare il dito in una piaga assai purulenta. C’è un’emergenza infiltrata nelle pieghe di contesti definiti “normali”, nelle situazioni che dall’esterno sembrano rassicuranti.
Il rapporto 2025 dell’Associazione Meter, fondata da don Fortunato Di Noto, segnala la crescita di un fenomeno definito “pedomama”: abusi compiuti da donne, spesso madri, ai danni di minori. È «un orrore che ribalta ogni stereotipo sulla figura materna: 11.240 video e 320 foto documentati su Signal, Telegram, Viber». La cronaca recente conferma questo allarme. Un po’ nascoste dai clamori della politica estera e interna, tre notizie da contorni simili hanno tracciato una linea rossa che attraversa la dorsale italiana nelle ultime due settimane.
Il primo caso riguarda due professionisti insospettabili: un giornalista di 48 anni e una professoressa di 52. A quanto risulta, l’indagine sarebbe partita nell’autunno scorso, quando la figlia dodicenne della donna avrebbe riferito al padre di aver trovato sul computer della madre immagini scambiate con il nuovo compagno. I carabinieri di Roma e Treviso avrebbero poi acquisito file e chat relativi a materiale pedopornografico. In base alle ricostruzioni pubblicate, i due si sarebbero scambiati foto e video della figlia della donna e di due nipoti piccoli, di 5 e 8 anni, su richiesta dell’uomo. La donna, secondo Repubblica, avrebbe ammesso lo scambio di immagini, negando però le violenze. L’uomo si è avvalso della facoltà di non rispondere.
A Lecce, invece, un padre ha denunciato gli abusi subiti dalla figlia diciassettenne, facendo scattare un’indagine su un 71enne che si presentava come ginecologo e “santone”, sostenendo di poter risolvere problemi medici e sentimentali con preghiere e consigli. Tra gli indagati c’è anche una donna di 53 anni, accusata di aver costretto la figlia minorenne (8 anni) a subire gravi abusi sessuali da parte dell’uomo. Anche in questo caso, secondo gli inquirenti, sarebbe stato sequestrato molto materiale pedopornografico diffuso via chat.
Infine Latina. La procura ha chiesto 16 anni di carcere per un’operatrice sanitaria e un imprenditore, accusati di abusi su un ragazzo di 14 anni e di produzione di materiale pedopornografico. L’arresto della donna risale al giugno 2025: l’accusa è di aver narcotizzato e abusato del figlio, condividendo poi il materiale con l’amante.
Sono vicende tutte da accertare fino all’ultimo grado di giudizio, ma accomunate dal profilo di un’intimità domestica violata dalla figura materna, che produce un fiume sommerso di materiale e s’infiltra in modo endemico in rete. «Il ruolo di cura, protezione ed educazione tradizionalmente associato alla madre rende difficile accettare l’idea che una donna possa macchiarsi di un simile crimine, generando malessere e disagio», ha scritto don Fortunato Di Noto. Eppure è un presidio su cui vigilare, con tutto lo scandalo che suscita tenere aperta la domanda sul perché dell’aumento di questi casi.
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