Ma quanto sono «fascisti» gli antifascisti del Salone?

Tre mazzate da tre autori insospettabili ai nuovi gonfalonieri della democrazia selettiva: «Allarme privo di senso, deprimente e anticostituzionale»

«È deprimente». Così il più famoso storico del fascismo italiano, Emilio Gentile, commenta oggi sul Corriere la paranoia che si è impossessata del Salone del libro di Torino, trascinandolo nella polvere di una commedia grottesca. «Esiste ancora l’antifascismo intollerante di chi un tempo accusava Alcide De Gasperi di voler restaurare la dittatura e in precedenza bollava persino la socialdemocrazia come socialfascismo».

COM’È NATA LA POLEMICA

La polemica è nata dalla scoperta che Altaforte, casa editrice vicina a CasaPound, ha acquistato uno spazio commerciale per promuovere i suoi libri alla manifestazione che aprirà domani i battenti. In particolare verrà presentato un libro-intervista al leader della Lega, Matteo Salvini, intitolato Io sono Matteo Salvini. A fare scalpore sono state le parole del fondatore di Altaforte, Francesco Polacchi: «Io sono fascista e ritengo l’antifascismo il vero male di questo paese».

La dichiarazione ha spinto Christian Raimo a dimettersi dal comitato editoriale del Salone, pubblicando su Facebook un’improbabile lista di proscrizione contro i «neofascisti che si stanno riorganizzando». Tra i «razzisti» sono stati elencati giornalisti come Pietrangelo Buttafuoco, Alessandro Giuli, Francesco Borgonovo, Adriano Scianca e Francesco Giubilei. A cascata un nutrito numero di autori ha annunciato che non avrebbe messo piede al Salone: Carlo Ginzburg, il collettivo Wu Ming,
Zerocalcare, Roberto Piumini, Salvatore Settis, Tomaso Montanari e Halina Birenbaum, sopravvissuta ad Auschwitz. Altri, a partire da Michela Murgia, hanno preso la palla balza sfruttando la polemica per sbandierare che non avrebbero disertato il Salone, ma sarebbero andati a presentare i propri libri non per vendere, certo che no, ma per mettere in piedi un «presidio di democrazia».

La soglia del ridicolo è stata superata ieri, quando è arrivata la notizia che la Regione Piemonte e il Comune di Torino hanno fatto un esposto in Procura per accusare Polacchi di «apologia di fascismo», nella speranza che i giudici possano interdire Altaforte dall’occupare lo spazio regolarmente acquistato. «Delegano ai pm pure l’antifascismo», è il commento laconico di Davide Varì sul Dubbio.

«È UN ALLARME PRIVO DI SENSO»

Per Gentile, professore emerito dell’Università di Roma La Sapienza e socio dell’Accademia nazionale dei Lincei, la polemica è ridicola:

«È un allarme privo di senso, che mi pare abbia l’unico effetto di distogliere l’attenzione dai veri pericoli che corre la democrazia. Il crescente astensionismo elettorale è assai più preoccupante della limitata attività neofascista, perché significa che i cittadini si sentono sempre meno rappresentati. Capisco che certi libri possano suscitare disagio, ma se non sono state violate le regole di partecipazione al Salone, non vedo perché montare una polemica contro la fiera. La Lega di Salvini non ha tratti fascisti. Mussolini rifiutava apertamente il principio della sovranità popolare. Mussolini praticò il razzismo, ma non lo aveva inventato e non era tradizionalista. Tutte le volte che si vuole operare una censura contro qualcuno, gli si fa un’enorme pubblicità».

«NON È VIETATO ESSERE FASCISTI»

La censura dei vecchi e nuovi gonfalonieri della democrazia selettiva, che fanno di tutta l’erba (fascismo, sovranismo, populismo) un orribile e sgangherato fascio, è anche incostituzionale. Lo nota oggi sulla Stampa Vladimiro Zagrebelsky:

«La libertà di espressione è uno dei fondamenti essenziali della società democratica. Come più volte ha detto la Corte europea dei diritti umani, essa vale non soltanto per le informazioni o le idee che sono accolte con favore o sono considerate inoffensive o indifferenti, ma anche per quelle che urtano, colpiscono, inquietano lo Stato o una qualunque parte della popolazione. Il senso dei principi costituzionali nella materia non è diverso. La censura priva entrambi i contendenti del confronto di idee e del valore del suo esito. Nel caso che ora si pone al Salone del Libro, occorre accettare la fatica e il fastidio della discussione argomentata. Certo alla libertà di espressione vi sono limiti ma occorre che si sia in presenza di apologia o istigazione o incitamento all’odio, alla violenza, al razzismo, all’intolleranza e alla discriminazione. E non può trattarsi solo dell’espressione di opinioni. In particolare non è vietato esser fascisti o dire di esserlo».

«I VERI FASCISTI SONO GLI ANTIFASCISTI»

Massimo Fini, non esattamente un giornalista che può essere accusato di avere velleità leghiste, ha accusato apertamente di fascismo gli antifascisti dalle colonne del Fatto Quotidiano:

«Al Salone di Torino io ci sarò. In democrazia ognuno ha diritto di esprimere liberamente le proprie idee. Invece dai garantisti un tanto al chilo si invocano le manette contro idee, fasciste, “sovraniste” e, sia pure in modo indiretto, contro Matteo Salvini. Non so se costoro si rendono conto del vaso di Pandora che stanno aprendo. Si parte con Altaforte, si prosegue col “sovranismo”, si arriva a Matteo Salvini che, se non sbaglio, è viceministro del nostro Paese, mentre alle ultime elezioni politiche il suo partito, la Lega, ha ricevuto il 17 per cento dei consensi. Se non erro il consenso è l’essenza stessa della democrazia. Il quotidiano il manifesto è esplicitamente comunista e il comunismo, come il fascismo, è considerato dalla communis opinion di oggi uno degli orrori del Novecento. I veri fascisti sono quegli antifascisti che vogliono proibire agli altri, che hanno diversa opinione, di esprimersi. Che è esattamente la concezione illiberale che aveva il fascismo storico. Molti, in questo Paese, non hanno mai capito che l’antifascismo non è un fascismo di segno contrario, ma il contrario del fascismo».

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