Ma quali ballottaggi, il problema di Renzi si chiama egemonia

Che ne è, oggi, delle varie e promettenti proiezioni intellettuali della Leopolda? Gli uomini soli al comando vanno e vengono, le loro idee dovrebbero avere vita più lunga

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Anticipiamo l’editoriale che apparirà sul prossimo numero di Tempi in edicola da giovedì 29 giugno (vai alla pagina degli abbonamenti) – Che cosa manca a Matteo Renzi per essere un autentico statista? Il senso della misura, ovvio: quella maîtrise de soi che consente di dare una centratura alla geometria delle passioni politiche. Epperò gli manca sopra tutto un minimo di classe dirigente in grado di costruire i fondamenti d’una egemonia non dico culturale (sarebbe troppo), ma almeno ideale. Quando le cose vanno bene, una tale assenza si nota poco. Durante le avversità, lì dove un capo è costretto a smentire se stesso – se perdo me ne vado, anzi no; mai alleati con altri, anzi sì; votare subito, anzi rinviamo ecc – il vuoto si avverte sin troppo e finisce per restituire l’eco d’una voce solitaria.

A conti fatti ha agito con (vana) accortezza, il segretario del Partito democratico, tenendosi lontano dai ballottaggi delle comunali. Non perché i risultati siano privi di rilevanza nazionale, ma perché in ogni caso non avrebbe vinto. Espugnate le roccaforti della sinistra, adesso sarebbe ancor più indifeso sul banco degli imputati e non saprebbe come uscirne, come testimoniano le sue considerazioni sul “voto a macchia di leopardo”.

Conservate le roccaforti della sinistra, medesimo imbarazzo, poiché lì dove il Pd avesse retto lo avrebbe fatto imbrancato con la sinistra scissionista e/o con le sigle altergosciste. Il che, per il giovane condottiero gigliato divenuto celebre come rottamatore a vocazione maggioritaria, non è esattamente una decorazione. Glielo avevamo fatto notare sin dai tempi in cui ha conquistato Milano con al centro l’effigie del manager Giuseppe Sala, ma alle spalle i voti già ottenuti dal blocco neoulivista del sindaco uscente Giuliano Pisapia.

Punto e a capo. La coerenza non è la principale virtù renziana, ma sappiamo tutti che di questi tempi non è moneta corrente a Palazzo. Renzi è senza dubbio il migliore dei suoi, superiore nei pregi e nei difetti. Arguto, energico, infaticabile, affilato, terribilmente fiducioso in sé stesso. Sono i requisiti di un Principe machiavelliano presi in ostaggio da un malinteso senso di grandeur personale che tracima nell’autismo. E questo è un peccato anche agli occhi di chi, compresi noi non renziani, ha visto con interesse la possibilità d’un ricambio delle generazioni annunciato dall’assalto al cielo da parte d’un movimento corale.

Ma che ne è, oggi, delle varie e promettenti proiezioni intellettuali della Leopolda messe a fattor comune da Christian Rocca nel volume Non si può tornare indietro. Cronache brillanti dall’Italia che cambia (Marsilio, 2015)? Giornalisti, scrittori, osservatori di cose politiche provenienti da varie latitudini (fra loro alcuni amici foglianti), adesso cercano alla spicciolata e con affanno di spiegare gli errori del Principe o di contenerne i trambusti tattici; allora sembravano in grado di offrire una visione d’insieme tale da legittimare il renzismo come fenomeno di rottura epocale. Che ne è della Fondazione Open, già Big bang, venduta al mondo esterno come un pensatoio capace di rivaleggiare in strategia con il think tank andreattiano Arel vicino a Enrico Letta, e presto derubricata a collettore di finanziamenti? Per non dire di quei geniacci estremisti dell’Istituto Bruno Leoni, transitati nella costellazione renziana e ora orbitanti nel sistema tecnocentrico del ministro frondista Carlo Calenda. Gli uomini soli al comando vanno e vengono, le loro idee dovrebbero avere vita più lunga.

Foto Ansa

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