Movimento 5 Stelle scende a compromessi. Ma solo per far fuori Berlusconi

Esecutivo con i democratici? «Non lo escludo» dice il capogruppo M5S al Senato. Analisi delle manovre di Palazzo

Quando si tratta di eliminare Silvio Berlusconi dalla scena politica, anche il Movimento 5 Stelle  scende a compromessi. È quello che emerge dalle due interviste rilasciate oggi a Repubblica e a Europa dal capogruppo al Senato grillino, Nicola Morra. Dopo aver rifiutato pochi mesi fa di formare un governo con Pier Luigi Bersani, ora  non esclude una possibile alleanza con il Pd, qualora l’esecutivo guidato da Letta dovesse cadere. Se Berlusconi verrà dichiarato ineleggibile, i grillini potrebbero formare un nuovo governo con il Pd (gli espulsi approdati al misto in Senato sono un segnale più che lampante di che cosa potrebbe accadere).

«NON ESCLUDO GOVERNO PD-M5S». Un esecutivo con i democratici «non posso escluderlo», afferma Morra a Repubblica. Il capogruppo pentastellato non esclude la fiducia a un eventuale governo del Pd, se «si presenta da noi con cinque o dieci punti realizzabili». Naturalmente, spiega, «valuteremmo il valore e la correttezza delle persone» chiamate nell’esecutivo. Alla domanda sul perché i 5 Stelle non hanno formato un governo con il Pd subito dopo le elezioni, Morra risponde: «Quattro mesi fa era diverso. Nessuno ce l’aveva proposto». A dire il vero, però, Bersani, allora segretario del Pd, glielo chiese. E i 5 Stelle rifiutarono.
Tra i cinque punti che Morra racconta di aver presentato, insieme a Grillo e Casaleggio, al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, nell’audizione di mercoledì scorso, non vi sarebbe quello sull’ineleggibilità di Berlusconi. Pare abbastanza chiaro, però, che questo sia il punto fondamentale di un’ancora ipotetica trattativa con il Pd. Alla base dell’accordo fra il Movimento 5 Stelle e il Pd, c’è l’esito del voto in giunta per l’Elezioni, incaricata di verificare se Berlusconi ha le qualità per essere stato eletto in Senato. Parte del Pd, guidata dall’ex magistrato Felice Casson, e grillini sostengono infatti che Berlusconi, in base a una legge del 1957, non possa stare in parlamento. E la giunta è chiamata a decidere se presentare la questione in Aula. L’idea del non-partito è quella di rassicurare quella parte del Pd non convinta dal governo e dall’alleanza con il Pdl, di avere un interlocutore, nell’ipotesi che Berlusconi sia espulso dal parlamento e che il governo Letta cada.

PDL: M5S NON CONOSCE LEGGI. Secondo i sostenitori dell’ineleggibilità, Berlusconi non potrebbe stare in parlamento perché titolare di aziende che benefici di concessioni pubbliche dello stato (Mediaset). In realtà, spiegano i detrattori di questa teoria, Berlusconi non è formalmente titolare di Mediaset e inoltre l’azienda non beneficia di concessioni dello Stato. Lo spiega Giacomo Caliendo (Pdl) a Mario Giarrusso (5 Stelle), il quale aveva avanzato la proposta di oscurare Mediaset perché non rispetta la legge. «Esiste il decreto legislativo n.177 del 2005 – ha ricordato Caliendo al senatore grillino – grazie al quale non si rende più necessaria una concessione specifica da parte dello Stato. Per realtà economicamente rilevanti che svolgono una determinata attività, com’è appunto Mediaset c’è solo un’autorizzazione generale che però non si concretizza in un atto specifico».
Il fatto che la legislazione italiana, da tempo non preveda più concessioni alle reti televisive, lo aveva rilevato già Franco De Benedetti (fratello di Carlo, patron di Repubblica), qualche mese fa. Secondo De Benedetti, i «talebani» dell’ineleggibilità di Berlusconi «brandiscono l’arma della concessione per colpire proprio chi ha fatto passare l’industria televisiva italiana dal vecchio sistema concessorio al nuovo sistema autorizzativo europeo».