L’uomo che rivoltò il Sesto Raggio
C’è un’immagine, nel bellissimo libro che Guido Mezzera trae dai taccuini di cella trasformati in racconto, Il punto di fuga (Edizioni Cantagalli), che da sola polverizza e ridicolizza trent’anni di accademico, astratto, lezioso dibattito sul penitenziario italiano.
È il 1° ottobre, giorno solenne di un verdetto. Nel corridoio squallido del Sesto Raggio di San Vittore succede l’incredibile: tutti i detenuti – musulmani, cristiani, arabi o sudamericani -, l’uno accanto all’altro, si mettono a pregare. Ciascuno verso il proprio Dio, s’intende, ma tutti per lo stesso uomo. Un carabiniere. Un innocente precipitato all’inferno.
Oltre 400 giorni in carcere da innocente
È da questo dettaglio che bisogna muovere, non dal cancello di ferro che quindici mesi prima si chiude sordo sulla vita del vicebrigadiere Francesco (nome di purissima fantasia, s’intende, a tutela d’un minimo di riservatezza, ma la cui vicenda resta d’una verità spietata). La storia, ridotta alle solite e squallide categorie del codice di procedura, ha i contorni grotteschi dell’ordinaria e quotidiana follia giustizialista. Francesco è un servitore dello Stato specchiato, cresciuto nel culto e nella memoria laica di Salvo D’Acquisto. Ha la sola sfortuna di aver avuto un comandante operativo finito sotto inchiesta. Lui non c’entra nulla, ma il suo nome viene cinicamente trascinato nel fango sulla base del pentimento tardivo e peloso di un piccolo spacciatore. Segue il consueto calvario: la convocazione d’urgenza, la spoliazione della tessera, la perdita della bandoliera, le manette alle caviglie e la traduzione immediata nelle celle di San Vittore.
Ci sarebbe qui tutto il repertorio preferito dai professionisti dell’indignazione. Quattrocentocinquanta giorni di custodia cautelare preventiva, una Procura che va in ferie, un impianto accusatorio ridicolo, il fango mediatico, la carriera distrutta. La solita, intollerabile cagnara sulla malagiustizia, materia ghiotta per querele e salotti televisivi. Ma Mezzera, dopo avere incontrato Francesco e letto i suoi “diari” dal carcere, fa una scommessa d’autore infinitamente più ambiziosa, spalancata, per tutti: invece di compilare l’ennesimo pamfletto su come un uomo viene stritolato dalla macchina dello Stato, racconta come quell’uomo ne esce vivo, intero, scandalosamente più libero.
Nel Sesto Raggio, dove accade l’impensabile
Il Sesto Raggio è, secondo la spietata gerarchia della galera, il girone degli infami, la discarica umana. È il reparto dei «Protetti», dove la burocrazia stipa forze dell’ordine, pedofili, transessuali, reietti destinati al macello nella popolazione carceraria comune. Il posto peggiore in assoluto. Eppure è proprio lì – dentro la puzza fetida dell’isolamento, mentre il laccio delle scarpe pende dalla branda suggerendo la scorciatoia del cappio – che accade l’impensabile.
Non diremo troppo, perché il libro va assaporato per capire il mistero di una conversione umana. C’entra innanzitutto la forza carnale degli affetti: la memoria mai sopita di Rossella, l’amore della sua vita, il pensiero della figlia Elisa, il volto dei genitori. E poi la grazia minuta, quasi domestica, della quotidianità: la guardia che gli allunga uno spazzolino mormorando ruvido «pensa a casa», i compagni di pena che cuciono tendine coi pacchetti di sigarette per nascondere l’infamia delle sbarre, le sfide alla carbonara coi sudamericani.
Come uomini nel letamaio
Tanto basta perché il vicebrigadiere diventi il portavoce eletto dei reclusi, capace di esigere docce dignitose, palloni da calcio e di stendere ricorsi legali per gli arabi mettendo nel sacco le sviste dei pm. C’è un risvolto squisitamente manzoniano in tutto ciò: come l’Innominato non si converte per un sillogismo filosofico ma perché fulminato dallo sguardo indifeso di Lucia, Francesco non si salva per uno sforzo di stoica e muscolare volontà. Si salva perché qualcuno, dentro quel letamaio, continua ostinatamente a trattarlo da uomo.
È questo il cuore ardente del libro: il fatto imponente non è la tenacia di un presunto innocente, ma un’assoluzione reale che accade ben prima della sentenza. Prima che un collegio togato pronunci la formula fredda del «non aver commesso il fatto». Un’assoluzione che arriva da un sacerdote, da un manipolo di volontari di Incontro e Presenza, dall’abbraccio improvviso del Cappellano Militare giunto lì solo per dirgli «l’Arma non ti ha dimenticato». È una presenza che illumina persino l’inutile routine della prigione: i canti intonati nel corridoio, la Messa celebrata su un altare di fortuna, la solidarietà pura tra disperati. È l’intuizione vertiginosa che l’abate Mauro Lepori sviscera nella postfazione: uno sguardo capace di strappare l’uomo dal baratro del disprezzo di sé per restituirgli, ben prima di ogni merito o condanna, la sua infinita ed eterna dignità ontologica.
Il punto di fuga, una crepa provvidenziale
Mentre le cronache ufficiali ci ammorbano con la contabilità tragica del sovraffollamento e dei suicidi, mentre la galera si conferma una macchina infernale che produce solo recidiva o cappi al soffitto, la storia di Francesco si erge come un’eccezione clamorosa che giudica il nostro nichilismo. Ci dice che l’annientamento non è mai un destino segnato, se c’è qualcuno capace di guardarti per quello che sei e non per il fascicolo che ti pende sul capo.
Il “punto di fuga”, in fondo, è la perfetta antitesi dell’evasione codarda o disperata dalla realtà, una crepa provvidenziale nel muro attraverso cui entra una presenza che ti restituisce a te stesso prima ancora che i cancelli si riaprano. Ecco perché, a chi alla fine gli domanda se non si senta derubato di un anno e mezzo di vita, Francesco potrà rispondere con la serenità paradossale dei santi e dei giusti. Un antidoto potente, quasi festoso nella sua assoluta gravità, contro il nichilismo e il moralismo che si contendono la narrazione della sofferenza umana fuori e dentro il carcere.
L’incontro al Meeting
Proprio perché quella di Guido Mezzera è una scommessa d’autore infinitamente più ambiziosa, spalancata e per tutti, questa storia esce dalle pagine per farsi giudizio vivo e testimonianza pubblica. De Il punto di fuga si parlerà al Meeting di Rimini domenica 23 agosto alle ore 18, in Arena Cdo (padiglione C1): insieme all’autore Guido Mezzera ci sarà Francesco, per raccontare come sia possibile uscire interi e più liberi da quattrocentocinquanta giorni di ingiusta reclusione.
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