Lunga vita al populismo (quello vero, quello svizzero)

Intervista a Sergio Morisoli, candidato con l’Udc alle prossime elezioni del Canton Ticino: «In Svizzera va riaffermato il principio di sussidiarietà. Noi non vogliamo che lo Stato decida tutto per noi»

Dite a Sergio Morisoli che è un populista e vi stringerà la mano. «Noi in Svizzera, e soprattutto nel Canton Ticino, ci battiamo per dare il potere al popolo, ma nel senso vero: vogliamo poter decidere quali spese fare e quali non fare, ma vogliamo anche avere la responsabilità di ciò che facciamo, pagando di tasca nostra». Sposato e padre di sei figli, è stato manager per alcune tra le più grandi aziende svizzere e poi si è buttato in politica, ha militato nel partito liberale radicale e in seguito ha fondato AreaLiberale. Eletto per due volte al Gran Consiglio del Canton Ticino, è candidato con l’Udc alle elezioni del 7 aprile per il rinnovo del Parlamento e parlando con tempi.it rimanda allo slogan scelto per questa tornata per spiegare i temi per i quali si impegnerà: «Salviamo il ceto medio».

Morisoli, non ci verrà davvero a dire che anche in Svizzera il ceto medio è in crisi.
Noi svizzeri pecchiamo sempre un po’ di perfezionismo. Sappiamo di stare meglio rispetto a paesi come l’Italia, ma non siamo certo un’isola. Quello che succede attorno a noi ci influenza e anche nel Canton Ticino diventano forti correnti che ci sono tradizionalmente estranee.

Ad esempio?
C’è grande autonomia cantonale in Svizzera e ne siamo gelosi, il nostro sistema è caratterizzato anche da un forte decentramento del potere. Eppure cresce anche da noi la tentazione dello statalismo, della concentrazione dei poteri, dell’apertura indiscriminata verso l’Europa. Questo non ci piace e non farebbe il bene del ceto medio, che è silenzioso e per questo troppo spesso non viene ascoltato.

La Svizzera non è la Francia.
Esatto, da noi nessuno farebbe mai una protesta come i gilet gialli, noi non spacchiamo vetrine per manifestare. Però la politica si occupa molto dei poveri e dei ricchi, a volte troppo, e dimentica chi sta in mezzo. L’economia nel Canton Ticino va bene, ma l’insicurezza che serpeggia in tutto il mondo la percepiamo anche noi: ci sono posti di lavoro che scompaiono, la concorrenza dei frontalieri. Non è tutto rosa e fiori.

E lei che cosa propone per aiutarlo?
Innanzitutto non bisogna fare leggi e regolamenti che lo danneggino, riconoscere il suo ruolo e lasciarlo lavorare. Non a caso, mi batto da sette anni per inserire il principio di sussidiarietà nella Costituzione del Cantone e finalmente abbiamo ottenuto un grande risultato.

Quale?
Il principio è stato introdotto con voto parlamentare e ora dovrà essere ratificato via referendum. La Svizzera vive da sempre di sussidiarietà, non c’è mai stato il bisogno di ribadire per iscritto la sua importanza. Ma la tentazione dello statalismo c’è anche da noi e allora è necessario ricordare che in Svizzera la collaborazione tra pubblico e privato è fondamentale. Perché lo Stato può anche darti tutti i fondi di cui hai bisogno, ma poi vuole che le cose siano fatte solo come dice lui. E questo non ci piace.

Molti in Italia lo vedrebbero come il paradiso.
Non lo è: i privati partecipano a creare il bene comune e lo Stato non deve avere il monopolio dell’erogazione dei servizi pubblici.

Si è anche battuto per il referendum finanziario obbligatorio. Di che cosa si tratta?
La sussidiarietà senza avere il potere di prendere le decisioni è inutile, ma lo è anche una sussidiarietà senza mezzi economici. Il 70 per cento di tutte le imposte che paghiamo resta in Ticino, ma noi vogliamo che i cittadini possano decidere se approvare o meno le spese varate dai politici eletti. Oltre una certa soglia, ovviamente. Così anche l’ultimo dei cittadini potrà tenere in scacco il governo.

Non si rischia il caos?
Noi vogliamo il potere di decidere anche se rifiutare un taglio delle tasse, non solo un aumento. Ovviamente un tale sistema richiede una grande responsabilizzazione dei cittadini. Del resto, senza responsabilità non si potrebbe attuare un simile sistema.

Si è opposto all’introduzione del suicidio assistito nei luoghi di cura. Non è già legale in Ticino?
C’è una legge federale che di fatto porta a tollerarlo, se eseguito da associazioni private. A livello federale non si è voluto legiferare per autorizzarlo o vietarlo. Il suicidio assistito non deve entrare nei luoghi di cura, perché chi vi entra vuole guarire, non morire. La legge crea cultura e mentalità e noi non vogliamo la cultura della morte, i medici non vogliono aiutare a uccidere e siamo riusciti in Gran Consiglio dopo un lungo dibattito a far valere le nostre ragioni.

Da anni la Svizzera discute un accordo quadro con l’Unione Europea. Lei lo firmerebbe?
Bruxelles ci sta facendo pressione perché lo firmiamo ma è inammissibile. Non bisogna firmarlo anche perché magari dopo le elezioni europee di maggio cambierà tutto. La Svizzera dà fastidio all’Ue perché è troppo responsabile e libera. Rompe con gli schemi europei. Vogliono farci digerire la libera circolazione e il mercato unico del lavoro ma per noi sarebbe un disastro: per ogni lavoro in Ticino ci sono 25 italiani che potrebbero farlo altrettanto bene, ma guadagnando la metà. Per noi sarebbe un disastro. Per fare un accordo quadro servono correttivi precisi che vadano bene per la realtà svizzera, ma Bruxelles si oppone. Noi non potremmo mai accettare neanche che un giudice europeo ci dica che cosa fare o non fare. I nostri giudici li eleggono i ticinesi. La verità è che siamo l’opposto dell’Europa. Il nostro dna è diverso.

Ha scritto un libro intitolato Liberalconservatorismo. Che cosa intende con questo termine?
Oggi si parla in termini molto negativi di “sovranismo”, “populismo” e “protezionismo”, ma io penso che il ceto medio diventa populista nel senso peggiore del termine quando capisce di non contare più nulla, quando si sente tagliato fuori dalla globalizzazione. Le correnti conservatrice e liberale hanno ancora qualcosa da dirci oggi, ma è necessario porre rimedio a cinque piaghe: identità smarrita, cultura relativista, statalizzazione della società, democrazia in affanno e degradazione del capitalismo.