Lombardia, l’anima “visionaria” di Maroni non deve morire. Qualche idea per il Nord

Occorre collegare obiettivi politici a scelte di governo e far sostenere queste da sentimenti popolari. Per non perdere quella carica di movimento che serve ad affrontare una scena nazionale

Chissà se lo spiraglio che soprattutto Ben Bernanke (d’intesa con Mario Draghi e grazie anche all’attivismo di Shinzo Abe) ha aperto in campo internazionale rimediando in parte all’incertezza di Washington e agli eccessi da mentalità bottegaia di Berlino, rimarrà aperto. Intanto, grazie anche a questo spiraglio, le forze che in Italia si battono per la pacificazione e la ricostruzione dello Stato hanno per il momento prevalso sulla banda dei sabotatori appoggiata dall’“utile” narciso Matteo Renzi e guidata dalla Repubblica (costretta a una ritirata tale che Eugenio Scalfari per ricucire con il Quirinale ha dovuto “quasi” lodare Silvio Berlusconi).

Non si annunciano comunque tempi tranquilli, innanzitutto in una regione così strategica come la Lombardia, tanto più con una nuova guerra in corso per il controllo del Corriere della Sera, inevitabilmente segnata da mosse giudiziarie (a un tribunale che fa arrestare i Ligresti minacciando Mediobanca risponde un altro condannando l’alleato del Lingotto Marco Tronchetti Provera).

In questo contesto sarà rilevante il ruolo che svolgerà Roberto Maroni. Il suo mandato era iniziato in modo esemplare: con accordi per terminare le infrastrutture lombarde e interventi in difesa del lavoro dipendente in crisi. Sono sorte poi difficoltà sulle nomine, anche perché gli esponenti del Pdl non si sono resi conto che dopo avere difeso così poco Roberto Formigoni, avrebbero avuto grossi problemi a riconfermare personale politico di valore ma logorato.

Ma al di là di questioni minori (tra le quali una baruffa sui voucher – naturalmente da difendere strenuamente – un po’ inventata e un po’ montata da chi vuole seminare discordia), il problema per il governatore lombardo è quello complesso di combinare il ruolo di leader di un movimento prima che di un partito con quello di amministratore della regione più ricca d’Italia. Nella sua campagna elettorale, con l’idea della macroregione e del 75 per cento delle tasse “per i lombardi” era riuscito sia a dare un orizzonte di governo sia a mobilitare un popolo che ha bisogno – specie dopo lo sbandamento post 2010 – di prospettive, non solo di scelte amministrative. Trasformare però un “programma” di governo (anche ben studiato) in “scelte” di governo non è semplice perché le vicende nazionali (e internazionali) spingono naturalmente a diminuire le ambizioni, a concentrarsi sui compiti immediati, a rimandare il futuro per intervenire sull’urgente. Ecco perché oltre all’amministratore serve il leader capace di mobilitare le energie che possono sostenere obiettivi di lungo periodo.

E la Lega non può contare su un ritorno a un certo antico populismo che le era consentito nella fase nascente ma non le è più possibile dopo vent’anni di ministeri dell’Interno, del Lavoro, delle Riforme e così via. Le incivili e inaccettabili battute (in parte rimediate grazie a rose e scuse tempestive) di Roberto Calderoli sono in questo senso – avrebbe detto il principe dei cinici Charles Maurice de Talleyrand – peggio di un crimine, un errore. Il problema di collegare obiettivi politici a scelte amministrative e far sostenere queste da sentimenti popolari, cioè di essere veri uomini di governo senza perdere quella carica di movimento che è necessaria ad affrontare una scena nazionale (e internazionale) aspra, si risolve prima di tutto in un modo: non pensando solo agli slogan o a leggi e atti, ma ragionando pure su come autorganizzare la società. L’obiettivo della macroregione non può essere solo analitico e tanto meno ideologico, si devono studiare progetti per esempio con le università di qualità lombarde, piemontesi e venete per far collimare ricerca di alta qualità e capacità di fare impresa.

In vista della macroregione
È in un simile sforzo che l’idea di un Nord che si organizza e fa ripartire l’Italia assume concretezza. Iniziative simili vanno prese tra gli utenti del sistema dei trasporti settentrionale e le strutture pubbliche e private che a questi utenti rispondono. E quanto al finanziamento di nuove simili iniziative, va aperto un confronto con il sistema del credito partendo dal settore “cooperativo” oggi sotto attacco a causa di certe semplificazioni tecnocratiche e che invece è da sempre (tanto più dopo la scomparsa delle casse di risparmio) elemento indispensabile per legare finanza e territorio. Bisognerebbe in questo senso studiare anche un modo per trasformare l’ingente patrimonio pubblico del Nord in risorse per una nuova fase di sviluppo (riferendosi anche alle scelte di chi vuole incidere sul debito pubblico partendo dal lato del patrimonio).

È questa la via – insieme a una strategia di continua selezione della spesa pubblica – per sostenere con il consenso sociale l’obiettivo di non far uscire il 75 per cento del reddito tassato dalle regioni in cui viene prodotto: una scelta non solo di equità, ma coerente con l’obiettivo di contrastare la centralizzazione e l’espansione del fisco a tutti i livelli, non solo nazionali ma anche regionali.