L’inflazione è la più odiosa delle tasse, perché falcidia il potere d’acquisto soprattutto dei più deboli: lavoratori precari, giovani e pensionati. Per capire come combatterla, bisogna comprendere da dove viene. Le autorità negli ultimi anni hanno minimizzato, sostenendo che fosse temporanea, poi “importata” in conseguenza del rincaro delle materie prime, infine una conseguenza (sempre temporanea) della guerra in Ucraina. Le bugie hanno le gambe corte.
Sono almeno due le cause sulle quali bisogna intendersi. La prima è proprio la politica monetaria. La quale l’inflazione non la subisce: la causa. Le banche centrali “stampano” moneta (ovvero la mettono in circolo prestandola alle banche commerciali). Dalla crisi del 2007-2008, ne hanno stampata moltissima e ancor più durante la pandemia. Hanno pensato che l’unica inflazione fosse quella dei titoli azionari, che fa felice chi li detiene, e che non ci sarebbero stati effetti sui prezzi dei beni. In altre parole, hanno creduto che “questa volta fosse diverso” da quanto avvenuto ogni volta che in passato c’è stata espansione monetaria. I loro complici sono economisti anche di moda, che hanno continuato a utilizzare espressioni sul filo della cialtroneria come “inflazione importata”. Quando un certo bene o una certa risorsa diventa più scarsa, è normale che cambino i prezzi relativi, ovvero i rapporti di scambio fra diversi beni. Non si può però ignorare la quantità di moneta in circolazione, che è quella che innesca un aumento generalizzato del livello dei prezzi. È diverso accendersi una sigaretta all’aria aperta o in un deposito di benzina.
Sussidi, Green Deal e non solo
La seconda causa sono le politiche pubbliche. Aver risposto alla pandemia attraverso ampie elargizioni di sussidi, per quanto inevitabili, ha contribuito al rialzo dei prezzi: quella moneta, stampata dalle banche centrali, è diventata denaro che viene utilizzato per acquistare alimenti, automobili e immobili. Aver combattuto ogni rincaro, dall’energia in giù, sussidiando la domanda, non poteva che aggiungere pressioni inflative.
A ciò si aggiungono politiche, come quelle che passano sotto il titolo di “Green Deal”, che sono addirittura concepite per fare crescere i prezzi. Per passare, cioè, da metodi produttivi che costano di meno ad altri che costano di più. Con le migliori ragioni, per carità, ma con i medesimi effetti.
Né si può dimenticare che la politica oggi celebra la cosiddetta “autonomia strategica”, cioè il rattrappimento della globalizzazione. Questo vuol dire costringere le imprese ad approvvigionarsi da fornitori selezionati sulla base di criteri politici (produttori nazionali o appartenenti a paesi “amici”), e non economici. È abbastanza improbabile che ciò non produca un’ulteriore spinta al rincaro.
Innanzi a tutto questo, che fa il governo Meloni? Si schiera contro la Banca centrale europea che, senz’altro tardivamente e dopo aver dissipato capitale reputazionale traccheggiando, oggi cerca di aumentare i tassi d’interesse. I quali, per riportare l’inflazione attorno al 2 per cento che è l’obiettivo statutario del nostro istituto d’emissione, dovranno essere alzati ancora, e non poco, nei mesi a venire.
La disputa sull’“austerità”
A Christine Lagarde si possono imputare molti errori: l’aver dissipato credibilità, la scelta di procedere a piccoli passi anziché in modo più rigoroso, errori che forse discendono dalla curiosa idea che la Banca centrale debba “aspettare i dati” per decidere le proprie politiche, anziché agire in modo credibile e trasparente e secondo regole ben definite (come il famoso 2 per cento) proprio per il peso che essa ha sulle aspettative dei mercati. Ma la presidente della Bce almeno prova a prendere il toro per le corna.
Bisognerebbe evitare di farlo? La posizione del governo italiano affonda le radici nella preoccupazione per l’aumento della rata del mutuo? E non c’è da essere preoccupati per l’erosione del potere d’acquisto delle famiglie, che il mutuo ce l’abbiano o meno?
Forse le vere ragioni sono altrove. Giorgia Meloni ha esordito come leader di governo nel solco della prudenza. La sua prima finanziaria è stata più cauta di quella che avrebbe firmato il suo predecessore, con un certo coraggio ha archiviato la retorica salvifica del Pnrr, ha cominciato a rivedere il reddito di cittadinanza. Tutto questo non ha necessariamente incontrato il favore del suo stesso ceto politico. Fratelli d’Italia nasce in polemica con il sostegno dato dall’allora Popolo della libertà alla cosiddetta “austerità” del governo Monti. La Lega era all’opposizione di quell’esecutivo. L’uno e l’altra hanno investito molto, nel corso degli anni, sulla retorica del ritorno alla lira. E, in un certo senso, hanno vinto. La Bce si è comportata come la Banca d’Italia di prima del “divorzio”: ha finanziato generosamente i debiti dei paesi membri. Questi, comprensibilmente, ne hanno contratti di nuovi. Per finanziarli, ovviamente, ha “stampato moneta”. E a furia di stampar moneta, come avveniva ai tempi della lira, si è creata inflazione.
Le idee e le loro conseguenze
L’inflazione danneggia i più deboli e droga i valori di mercato, imbroglia la bussola degli investimenti perché non si capisce più dove punti l’ago. La destra prudente, che vuole tutelare le proprietà e i risparmi dei suoi elettori, dovrebbe essere al fianco di chi la combatte. Che succede però se la destra per anni ha invocato politiche foriere d’inflazione, se ha sognato il ritorno alla liretta, se il suo “sovranismo bancario” è alla fine rifiuto della disciplina dell’economia di mercato? Ogni tanto è rassicurante pensare che le idee hanno conseguenze. Altre volte meno.
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