Lo Stato padrone che considera la scuola “roba sua”

La “pari dignità” di scuole diversamente gestite, non può essere considerata una benevola concessione dello Stato

Aggiornamento: nel Decreto rilancio sono previsti 70 milioni per le scuole primarie e secondarie paritarie che vanno a integrare quelli già previsti per il percorso 0-6 anni. Resta incomprensibile perché il governo abbia voluto specificare che tale ulteriore contributo sarà erogato solo agli studenti «fino ai sedici anni di età», cioè fino all’obbligo scolastico. Forse che lo Stato non paga la scuola per gli studenti over 16?

Lo Stato, nel “Decreto di riavvio” a ripristino delle attività dopo la chiusura a causa del “coronavirus”, ancora una volta ha usato il “braccio corto” nel sostegno economico alle scuole non statali paritarie. La somma devoluta è destinata alle sole scuole materne, e solo briciole agli altri istituti. Siamo contenti per la Fism e per le scuole materne. Non possiamo tacere, tuttavia, che sono nuovamente discriminati i genitori e le famiglie che hanno figli frequentanti altri cicli scolastici. Sembra ci sia la possibilità di scegliere dove mandare i figli solo se la scelta cade sulla scuola materna: solo a queste famiglie viene riconosciuto un sostegno economico permettente loro la scelta della scuola. E le famiglie che hanno figli nelle scuole primarie? E quelle i cui figli frequentano le scuole superiori di primo e secondo grado? Questi non sono cittadini come tutti gli altri?

La discriminazione sta appunto nel fatto che ancora una volta non si riconosce il diritto di scelta scolastica ai genitori e alle famiglie. Il sostegno alle scuole materne serve solo allo Stato per coprire il disservizio statale in questo settore, disservizio supplito appunto dalle scuole materne autonome paritarie. I genitori per lo Stato non esistono, così come non esiste il loro diritto costituzionale di istruire e di educare i figli, e pertanto di scegliere luoghi e percorsi preferiti. Per lo Stato l’educazione è, e resta, compito suo, per il quale, se non è in grado di farlo, si compiace di avvalersi di altri soggetti, concedendo loro di intervenire, ma, appunto, solo se lui non è in grado di coprire il fabbisogno. Ciò che fa con le scuole materne. Permane un brutto esempio di Stato-padrone!

Va fortemente affermato che il sistema di educazione e di istruzione va costruito a partire dai diritti dei cittadini singoli e associati. È questa una condizione che, se assunta nella sua concretezza, regola tanto la funzione dello Stato, quanto la stessa dinamica democratica della nostra comunità nazionale. Condizione che tuttavia sembra scontrarsi con la miopia culturale di quanti, anche ultimamente, si sono assunti l’onere di governarci e di articolare una concreta convivenza civile.

Sembra una legge non scritta della politica italiana: quando un problema è complicato o suscita controversie che nessuno ha voglia di affrontare, lo si dilata sino alla nausea, sbarazzandosi così – annegandolo in un fiume di parole – di una questione scomoda rendendola un ipocrita omaggio. È quanto succede nei confronti della libertà di educazione e di insegnamento, e quindi nei confronti dello stesso pluralismo scolastico, che, mediante la filosofia dei nostri governanti di mettere in discussione tutto in nome di una “equità” mal declinata, finisce per portare ad una omologazione culturale e formativa che non va certo in direzione di un miglioramento delle nostre istituzioni educative e quindi in direzione di una competitività tesa ad allargarne la qualità.

La pari dignità

La “pari dignità” di scuole diversamente gestite, non è una concessione benevola dello Stato, ma è la constatazione che viene fatta nei riguardi di una struttura – scolastico o non – della quale viene riconosciuta la condizione di “pari”, cioè di identica “dignità” nel rispetto delle specifiche libertà e responsabilità.

Ecco che allora – come ebbe a sottolineare lo statista Aldo Moro –

«la libertà paritaria va configurata come un pari diritto della scuola non statale e di quella statale a conseguire la più alta qualificazione quale partecipazione ad ogni libera iniziativa scolastica alla pienezza educativa e formativa riconosciute alle scuole da parte e per conto della collettività. (…) Guardando quindi all’intrinseco valore della legge costituzionale e al valore obiettivo dei principi in essa riconosciuti, non si può intendere la parità come una specie di assimilazione o parificazione della scuola non statale (libera) a quella statale».

Una parità in cui lo Stato, quindi, non è l’erogatore, ma soltanto colui che in nome della comunità ne constata la fondatezza e che a garanzia della medesima collettività pone in atto alcuni parametri di identificazione, che per un rispetto della libertà della scuola, vanno identificati soltanto nella moralità del gestore, nella pubblicazione dei bilanci, nella abilitazione e nel periodico aggiornamento pedagogico/didattico degli insegnanti, e negli esami sufficienti a constatare la parità della scuola non statale in un contesto di libertà. «Per divenire concreta libertà, occorre che la libertà, nella società, venga incarnata in organismi che ci permettono di liberamente agire». Solo così la libertà ideale «diviene libertà organica» (L. Sturzo – in “Democrazia, autorità e libertà”).

La piena libertà

Il problema di fondo del nostro sistema scolastico sta nello sviluppo dell’autonomia dei singoli e dei gruppi come espressione concreta di libertà. E ciò perché se è vero che i problemi della scuola italiana sono tanti e che nel settore scuola non si può fare tutto e subito, il problema della libertà e del rispetto dei diritti dei cittadini in ordine alla libera scelta degli ambienti in cui perfezionare la propria crescita umana e culturale, e alla libera possibilità, per chi ne è capace, di proporre ed attivare percorsi scolastici educativi e formativi, è problema prioritario.

«L’insegnamento “libero” non è solamente destinato ad assicurare il bene dell’educazione e dell’istruzione, ma è chiamato ad una missione intellettuale e culturale di estrema importanza. Di fronte ai programmi ufficiali, dei quali si potrebbe pensare che siano appositamente composti per la debilitazione sistematica del pensiero e per schiacciare i giovani sotto un potente laminatoio costituito da vana scienza, l’insegnamento libero appare destinato ad essere una sorta di rifugio per lo spirito. Dobbiamo fare notare che una tale missione è incompatibile con l’asservimento ai programmi dello Stato, e con lo sforzo di non distinguere proprio dell’insegnamento di Stato, che sembra troppo facile da constatare (anche) in un certo numero di istituti liberi» (J. Maritain – v. “Lettera sulla riforma della scuola”).

Il finanziamento pubblico

È chiaro che la questione del finanziamento è questione fondamentale: il famoso “senza oneri per lo Stato…”, a cui si ricorre per negare il diritto, condiziona – erroneamente – il sostegno alla libertà scolastica perché ha indotto a pensare che lo Stato debba astenersi, in ogni caso, dal finanziare l’educazione e l’insegnamento impartiti in scuole non statali. E questa convinzione viene ribadita ancor oggi, seppur nei riguardi di scuole che sono state riconosciute “paritarie” e quindi abilitate a promuovere – con le scuole statali – il servizio pubblico nazionale. Una ipotesi che esclude la responsabilità educativa dei genitori e che arroga allo Stato uno “spessore educativo” che non può e non deve avere. Si suppone che la scuola di Stato, perché rispettosa di tutte le ideologie e di tutte le fedi (cosa questa comunque tutta da dimostrare) è capace di offrire a tutti una formazione e una educazione integrale.

Ma il rispetto delle ideologie e delle fedi comporta, per la scuola statale, che essa si astenga di ogni giudizio di valore su di esse e si dichiari non-ideologica, cioè neutra. Ora – ammesso e non concesso che ciò sia possibile – l’educazione esige non il neutralismo rispetto alle ideologie, ma una concezione in positivo dell’uomo, una visione del mondo secondo cui portare avanti il processo educativo. Quindi, la scuola statale, in quanto scuola neutrale ideologicamente, non può soddisfare le esigenze di coloro che vogliono una educazione che sia conforme alla propria visione del mondo. Non può, perciò, essere la scuola “per tutti”, ma soltanto per coloro che positivamente la scelgono. Quelli che vogliono un’altra scuola, quindi, non chiedono qualcosa di più di quello che lo Stato fa per tutti, ma chiedono qualcosa di diverso, a cui hanno diritto in base al pluralismo culturale. Quindi uno Stato che voglia essere democratico, cioè rispettoso di tutte le esigenze dei cittadini, come crea la scuola di Stato per coloro che la vogliono, così deve aiutare anche economicamente coloro che vogliono una scuola diversa a crearla e a farla funzionare. Solo così lo Stato rispetta la libertà di coscienza dei suoi cittadini e presta il servizio pubblico della scuola non solo ad alcuni, ma a tutti i cittadini.

Un “paradosso” assurdo

Se l’arte e la scienza sono libere, e libero è l’insegnamento, non possono essere condizionate da scelte statuali impositive. Siamo di fronte ad affermazioni contraddittorie. Il che viene ulteriormente confermato dal successivo comma dove si dichiara che «enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». La libertà sostenuta dal primo comma viene in tal modo svuotata di contenuto e vanificata: si afferma il diritto alla libertà, ma si pongono condizioni che la rendono impossibile!

Siamo di fronte ad un paradosso dovuto ad un profondo errore di interpretazione della realtà: lo Stato non ha risorse proprie. Queste provengono dai cittadini. Pertanto, sono questi ultimi – e non lo Stato – a dare copertura agli oneri pubblici. Lo Stato è chiamato a ridistribuire equamente ai cittadini tutti ciò che raccoglie attraverso l’imposizione fiscale. Ciò significa che l’espressione usata – senza oneri per lo Stato – è priva di senso! Inoltre, la confusione normata in sede costituente, porta a concepire una presuntuosa concezione: quella secondo cui non sono le famiglie a dover scegliere la scuola a cui iscrivere i propri figli. Infatti se sono queste a dover compiere la scelta, a poter esercitare questo loro diritto, bisogna finanziare le stesse famiglie. Si ritiene, indebitamente, come è avvenuto e ancora sta avvenendo, che al nucleo familiare non spetti alcuna decisione, che il diritto delle famiglie è soltanto un diritto residuale. Così si offre un servizio scolastico direttamente gestito, in forma monopolistica. In tal caso non c’è scelta dal lato della domanda, non c’è azione da parte della proposta, ma soltanto una presunzione educativa da parte dello Stato. Si perpetua, subdolamente, la presenza dello Stato etico!

Diritto-dovere dei genitori

Ma qual è la risposta urgente e possibile da dare al problema della libertà scolastica? Dal titolo di un intervento di Giuseppe Richiedei e Peppino Zola, apparso su Tempi, “Restituire l’istruzione ai suoi unici titolari”, ai “i genitori” ai quali la nostra Carta Costituzionale, riconosce il “dovere/diritto di mantenere, istruire ed educare i figli”. E’ questa una condizione ineludibile, e una decisiva battaglia da compiere,

In una recentissima intervista rilasciata a Tempi dal Card. Gualtiero Bassetti – Presidente della Cei –, Sua Eminenza ebbe ad evidenziare il riconoscimento costituzionale del “diritto”, oltre che al “dovere”, di istruire e educare i propri figli. Diritto non garantito sino in fondo. Da qui il suggerimento agli stessi genitori di scuola paritaria di “far giungere il loro appello – come cittadini – ai decisori politici, perché la loro condizione non sia ignorata”. Conosciamo l’indifferenza dei politici – anche se non tutti – su questo tasto, tuttavia è questa una strada da percorrere in quanto cittadini a cui lo Stato “deve” tutela e garanzia.

In quest’ottica, mi sia concesso di considerare sbagliata la protesta, messa in atto da Usmi e Cism, promossa con la sospensione di due giorni delle lezioni online. Sbagliata perché con questa iniziativa, di fatto, vengono danneggiati alunni e studenti che perdono le già precarie lezioni, e perché si otterrà un esito negativo, poiché comunque non andrebbe ad infrangere l’azione del governo, il quale continuerebbe a tenere come punto fermo “il senza oneri per lo Stato”. Se in giornata buona, aggiungerebbe qualche briciola in più alle elemosine devolute lungo gli anni precedenti, e ciò per una tacitazione del momento. Ma nulla più: il problema continuerebbe a rendere precario, difficile, forse anche insostenibile il servizio scolastico alle famiglie. La rivendicazione del sostegno economico equipollente va fatto dai genitori e dalle famiglie, uniche deputate per “diritto”. Sono i cittadini ad avere il diritto di scegliere e di formulare proposte educative. Non dimentichiamo che anche la scuola è sussidiaria alla famiglia nel compimento dei suoi doveri. Se dunque, lo Stato riconosce i diritti dei genitori e della famiglia, e i doveri relativi, e se deve agevolarne il compimento con misure economiche, è chiaro che deve aiutarle a compiere il loro dovere di educare e istruire i figli.

Allo Stato (la cui funzione è sussidiaria ai corpi intermedi) e ai suoi organi decentrati, va evidenziato il compito di riconoscere compiutamente questi diritti. Si verrebbe così ad affermare la certezza del diritto, elidendo la griglia sempre più stretta e aleatoria, nonché il tira-molla concessorio delle varie finanziarie, aggirando l’anacronistico scoglio dell’art. 33, e correggendo, anche, il paradosso costituzionale evidenziato. Oltre ad instaurare un giusto rapporto Stato-cultura-cittadini! «L’ideale di libertà non tende a disorganizzare lo Stato, ma è essenzialmente organico nel rinnovamento delle energie e delle attività che debbono trovare al centro la coordinazione, la valorizzazione, la difesa e lo sviluppo progressivo» (Luigi Sturzo – in “Morale e politica”).

Socio Fondatore AGeSC
Associazione Genitori Scuole Cattoliche

Foto Ansa