Lo Stato deve proteggere la collettività o i singoli individui?

«Oggi il gruppo non resiste se non garantisce agli individui che non li abbandonerà». Intervista al filosofo Olivier Rey

Coronavirus Milano

Matematico, filosofo, romanziere, Olivier Rey è personaggio poliedrico noto in Italia per i suoi libri di critica alla scienza moderna e al progresso (La dismisura e Itinerari dello smarrimento). Lavora per il Cnr francese e insegna filosofia all’Università di Parigi I. Fra il 2014 ed oggi gli sono stati conferiti i premi Bristol des Lumières, Jacques Ellul e il Grande premio della fondazione Principe Louis de Polignac. Lo abbiamo interpellato per un giudizio sia scientifico che etico sulle strategie di lotta all’epidemia di Covid – 19 e sui comportamenti sociali.

Professore, in questo momento possiamo distinguere grosso modo tre strategie diverse di lotta all’epidemia di Covid-19: quella asiatica del contenimento, basata sull’individuazione degli infetti; quella della maggior parte dei paesi europei, che mira a rallentare la diffusione dell’epidemia attraverso misure di distanziamento sociale in attesa del vaccino; quella che voleva attuare il Regno Unito e che ora sta attuando la Svezia, cioè lasciar correre la malattia per arrivare prima possibile alla cosiddetta “immunità di gregge”. Cosa pensa di queste tre strategie?

La strategia del contenimento, quando è applicata bene, permette di arrestare la propagazione dell’epidemia, come si è visto in alcuni paesi dell’Asia. Il problema è che essa necessita di una vigilanza permanente, perché la maggior parte della popolazione resta vulnerabile alla malattia, e quindi l’epidemia può riprendere senza sosta a partire da qualche caso isolato. Il vantaggio della strategia dell’attenuazione è che, rallentando la propagazione della malattia, permette agli ospedali di farsi carico dei malati gravi e, di conseguenza, di limitare il numero dei morti; l’inconveniente di questa strategia è quello di ritardare il momento in cui l’immunità collettiva permetterebbe di riprendere una vita normale. Il solo modo di premunirsi durevolmente è di fare in modo che una proporzione importante della popolazione (da calcolare in funzione della contagiosità della malattia) sia immunizzata: in questo caso, le persone immunizzate svolgono un ruolo paragonabile a quello di un isolante per la corrente elettrica, impedendo che focolai rimanenti possano rilanciare l’epidemia. In assenza di un vaccino, la sola soluzione per ottenere questa immunità è di passare attraverso la malattia stessa. I vantaggi della strategia del laisser-faire sono di limitare le perturbazioni nel funzionamento della società e di ottenere abbastanza rapidamente una immunità collettiva, il suo inconveniente è di lasciar morire un gran numero di persone. Il problema è complicato dal fatto che col Covid-19 non siamo sicuri che l’immunità delle persone che hanno contratto la malattia duri parecchio tempo, anche in considerazione del fatto che il virus può mutare: in tal caso l’immunità collettiva sarebbe solo temporanea. Ma si può anche sperare che a un certo momento un vaccino sarà pronto.

Pare di capire che per tutte e tre le strategie i risultati non siano scontati, ma decisamente aleatori. È però evidente che di queste tre strategie quella che colpisce di più le coscienze, e normalmente le scandalizza, è quella dell’immunità di gregge che dà per scontato il sacrificio della quota di popolazione più debole.

La strategia del laisser-faire finalizzata alla necessità di non nuocere al funzionamento della società e di raggiungere rapidamente la soglia dell’immunità collettiva suppone effettivamente, nel caso del Covid-19, l’accettazione di un numero elevato di morti fra le persone fragili. Il primo discorso di Boris Johnson, all’inizio dell’epidemia in Gran Bretagna, aveva il merito della franchezza: «Devo essere onesto con voi, molte famiglie perderanno i loro cari prematuramente». Oggi il vice governatore del Texas, che stima che il più grande rischio che la malattia fa correre è di rovinare l’economia degli Stati Uniti, giudica di conseguenza che non bisogna prendere misure restrittive e che le persone di una certa età, gruppo di cui anche lui fa parte, devono assumersi il rischio di ammalarsi e di morire per il bene di tutti. Un tale ragionamento è favorito dal fatto che, nella grande maggioranza, le persone colpite dal virus che poi muoiono sono anziane e spesso già malate. Se il virus falciasse persone in piena salute, l’attitudine sarebbe differente.

Credo che questa attitudine sia destinata a cambiare davanti alle notizie di cronaca che annunciano decessi di giovani e di bambini. Ma la strategia dell’immunità di gregge fa tornare di attualità una questione di filosofia politica che sembrava superata: lo Stato deve proteggere anzitutto la collettività o anzitutto i singoli individui? Il dilemma, che sembrava superato, si ripresenta.

Direi che deve proteggere tutti e due, con le tensioni che ciò implica. Un esempio storico può illustrare quello che cerco di dire. All’epoca dell’affare Dreyfus, Émile Durkheim, che difendeva il condannato, fu accusato di incoerenza da parte degli antidreyfusardi: lui che insegnava che gli individui non esistono se non in quanto membri della società, non doveva accettare che Dreyfus, anche se fosse stato innocente, doveva essere sacrificato? Dato il ruolo fondamentale che l’esercito era chiamato a svolgere nella rivalità con la Germania, l’interesse generale del paese imponeva di non attentare all’onore dell’istituzione militare sconfessando le sue azioni – e tanto peggio per Dreyfus. Durkheim rispose a questa critica dicendo che anche lui aveva a cuore l’interesse generale, ma aveva compreso che nel contesto moderno la società riconosce tanta importanza all’individuo che le è assolutamente necessario, per mantenere la propria coesione, garantire ad ogni individuo che essa rispetterà i suoi diritti e non lo sacrificherà agli interessi collettivi. Detto in altre parole, difendendo Dreyfus, Durkheim era convinto di proteggere il contratto sociale implicito in vigore in una società moderna. Si potrebbe dire la stessa cosa nella situazione attuale: non sacrificare le persone vulnerabili all’interesse generale non è tanto un modo di privilegiare gli individui in rapporto al gruppo, quanto piuttosto tenere conto del fatto che oggi il gruppo non resiste se non garantisce agli individui che non li abbandonerà. È proprio per questo che Boris Johnson è stato costretto ad abbandonare la sua prima strategia – il laisser-faire –, per quella dell’attenuazione. Il suo primo discorso aveva accenti churchilliani: il problema è che la lotta al coronavirus ha poco a che vedere con la guerra contro la Germania nazista, e morire per non nuocere al tran tran quotidiano non è la stessa cosa che morire per opporsi al nemico. Premesso questo, le reazioni dipendono in ultima analisi dal carattere più o meno critico che assumerà la situazione. Se gli sforzi per impedire il progresso della malattia giungessero, a causa della paralisi di un numero troppo grande di attività, a minacciare l’approvvigionamento di derrate di prima necessità e a disorganizzare l’insieme della società, allora le considerazioni di gruppo riprenderebbero il sopravvento, e la popolazione chiederebbe alle autorità di non continuare a preoccuparsi di ogni singola persona costi quel che costi, ma di impegnarsi a ristabilire le condizioni di una vita quasi normale.

Che dire del fenomeno delle persone che non rispettano le regole di distanziamento sociale, che non danno importanza alla possibilità di infettarsi e di infettare? Qualcuno le giudica egoiste come coloro che non si vaccinano e poi si avvantaggiano dell’immunità di gregge di coloro che si sono vaccinati.

Quando l’immunità collettiva contro una malattia contagiosa è ottenuta grazie a un vaccino, un certo numero di persone possono, intenzionalmente o per negligenza, non farsi vaccinare e beneficiare della vaccinazione degli altri, che impedisce alla malattia di propagarsi. Ma il caso del Covid-19 è diverso. Le persone che non rispettano le regole emanate per ostacolare la propagazione della malattia sono spesso persone che ritengono di non correre un grande pericolo dal momento che, essendo loro giovani e in buona salute, anche se dovessero essere portatrici del virus questo non causerebbe loro grandi complicazioni. Comportandosi così mostrano di preoccuparsi poco di essere potenziali vettori della malattia nei confronti di persone per le quali essa può essere grave, anzitutto le persone anziane. Un’incoscienza di questo genere è la prova che i legami fra le generazioni si sono allentati. Viene in mente Tocqueville, che vedeva nello spirito democratico qualcosa che rompe la trama del tempo, che isola le generazioni le une dalle altre. Io ci vedo soprattutto dei modelli di vita, specialmente nelle grandi metropoli, che separano molto concretamente le generazioni, e favoriscono una socialità confinata alle persone della stessa età. D’altra parte, bisogna riconoscere che la strategia dell’attenuazione è ambigua: essa riduce le attività per ostacolare la diffusione troppo rapida del virus, ma fa affidamento su di una diffusione moderata che dovrebbe permettere di raggiungere, a medio termine, un’immunità collettiva e autorizzare la ripresa delle attività. In questo senso, tale strategia integra in se stessa i «buchi» nella rete di protezione, cioè il fatto che le regole emanate non saranno rispettate dappertutto scrupolosamente.

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