L’innovazione di Caprotti fu intendere l’azienda come “comunità monastica”

Non erano “dipendenti”, ma “collaboratori” e amava definirsi un “datore di lavoro”, non un “padrone” o un “industriale”

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Il primo che avrebbe evitato la “santificazione”, probabilmente, sarebbe stato proprio lui. Dunque, fatta la tara agli eccessi retorici, va comunque riconosciuto che l’apporto che Bernardo Caprotti ha dato all’imprenditoria italiana è stato notevole.

Ovvio, contano i risultati – e quelli di Esselunga sanno, anche in tempi di crisi, essere lusinghieri –, ma quel che ci pare essere l’eredità del cavaliere del lavoro scomparso a 91 anni la settimana scorsa è qualcosa più di questo. Se andate a rileggervi la fantastica intervista che rilasciò a questo giornale nel marzo 2011 (un frizzante colloquio in occasione della pubblicazione di Falce e carrello), troverete ad un certo punto un colpo di teatro che giustamente Luigi Amicone annotò nel testo scritto. È quando Caprotti, mentre è infervorato nel descrivere il rapporto speciale che lo lega al suo “personale eccezionale”, si ferma e urla: «Ah, se volete ve lo faccio conoscere. Ne ho qui settanta, quelli là al banco stanno finendo la riunione del sabato mattina. Uè Meregalli, ven chi».

Non li chiamava “dipendenti”, ma “collaboratori” e amava definirsi un “datore di lavoro”, non un “padrone” o un “industriale”. Parlava di “comunità” e per descrivere cosa fosse un’azienda ricorreva a una metafora suggestiva e non casuale: «Le aziende sono i monasteri della nostra età». Oggi in Italia tutti discutono molto di che cosa debbano fare gli altri: lo Stato, i sindacati, i lavoratori, la politica. Tutte cose sacrosante, ovviamente. Ma ciò che a noi pare mancare nel dibattito pubblico è qualcuno che dica – e dunque faccia – qualcosa secondo una prospettiva che sia un bene per sé e per tutti. Il motore dello sviluppo è un’idea antica e nuova che si chiama “comunità”.

Foto Ansa

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