L’impressionismo, o della peggior cantonata della critica militante

Centotrentotto anni fa nasceva, in boulevard des Capucines a Parigi, il movimento impressionista con il primo salon nello studio di Nadar. Monet, Pissarro, Cezanne, Degas e altri hanno dato il via al duello con la critica d’arte, che li vedeva incapaci di reggere in mano un pennello. Ma, si sa, il primo giudice del valore di un’opera è il tempo. E l’impressionismo ha vinto.

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Era esattamente il 15 aprile del 1874. A Parigi, boulevard des Capucines è deserto. Verso le dieci soltanto pare si muova qualcosa. Al numero 35 sorge una struttura in metallo e vetro, molto moderna nelle fredde linee verticali che incorniciano la facciata. Qui campeggia la scritta “Nadar”, pseudonimo di Gàspard-Felix Tournachon, pioniere della nuova arte della fotografia. Una piccola schiera di curiosi è accalcata davanti alla porta d’ingresso. All’esterno, un banchetto vende, per cinquanta centesimi, un sottile catalogo. Il prezzo d’ingresso è un franco. Solo pochi dei visitatori, arrivati all’inaugurazione della Prima mostra degli Impressionisti, rimarrà soddisfatto delle 163 opere esposte. Nessuno prevede che questa data segnerà uno spartiacque con l’arte precedente, e definirà l’inizio della pittura moderna e contemporanea.

Centotrentotto anni fa la pittura impressionista si esponeva al pubblico ludribio di un pubblico colto, raffinato e parecchio snob. L’aristocrazia artistica della capitale francese aveva come perno i salon, che ispiravano la propria poetica attorno a un certo neoclassicismo di maniera, ai pensieri – un po’ retro – dell’esteta Johann Joachim Winckelmann. Le proposte della Societè anonyme des artistes, peintres, sculpteurs, graveurs erano, invece, talmente attuali da anticipare il gusto e le convenzioni sociali. Una rivoluzione annunciata già dalla letteratura francese decadente di Charles Baudelaire e Arthur Rimbaud, entrambi amanti dell’arte. Quest’ultimo pare prevedere l’immediato stravolgimento che colpirà la pittura figurativa, augurandosi la completa evoluzione verso mete altre, sconosciute, irrappresentabili: «Noi strapperemo la pittura alla sua vecchia abitudine di ricopiare e le conferiremo sovranità. Il mondo materiale non sarà nient’altro che un mezzo per evocare impressioni estetiche. I pittori non replicheranno più oggetti».

Fra gli espositori vi erano nomi completamente nuovi al panorama parigino. Altri, invece, avevano già fatto sparute apparizioni nei salon accademici, piegando il capo alla moda del momento e accettando di bloccare il polso ogni volta che il pennello voleva uscire dai contorni della rappresentazione fredda e delicatamente patetica. C’erano Felix Braquemond, Jean-Baptiste Guillaumin, Berthe Morisot, Claude Monet, Edgar Degas, Paul Cezanne, Camille Pissarro, Pierre August Renoir, Alfred Sisley e altri. Tutti uniti, seppur con poetiche personali non sempre sovrapponibili, nel tentativo di rappresentare gli oggetti senza l’ausilio delle linee ma solo attraverso tocchi di colore, spesso non trattato e forte, pennellate brevi e veloci, giochi di sfumature che non prevedono l’uso del nero, ma variazioni di colore. Si vuole catturare – en plein air – l’impressione luministica dell’attimo della rappresentazione. Cosa che avvicina l’impressionismo – ben più d’un astratto e ideale neoclassicismo – alla rappresentazione realistica del mondo.

I critici storsero il naso, e inchiostrarono le pagine delle rubriche di considerazioni crudeli verso quel gruppo di artisti. Tra tutti, forse quello che ebbe più voce in capitolo fu Léon Bonnat, grande amico – fino a quel momento – di Degas. Autore di scene di genere e ritratti, vincitore del Prix de Rome del 1857 con una Resurrezione di Lazzaro, il pittore cercava ardentemente di entrare nelle grazie dell’Academié des Beaux-Arts di Parigi, e non esitò a farsi promotore di una crociata contro i pittori border-line dell’impressionismo. L’iniziativa gli fece guadagnare una cattedra, salvo poi dedicarsi anch’egli, in vecchiaia, a uno stile più rapido, con maggior trasporto: impressionista, insomma. Ma era il 1920 e la corrente della Societè anonyme si era già spenta, lasciando un lascito fecondo nel pointillisme di Georges Seurat e nel divisionismo di Giovanni Segantini, nel fauvismo (e nel suo ultimo, grande estimatore, Henri Matisse), fino a raggiungere il cubismo di Picasso – mediato dall’opera di Paul Cezanne. Di fatto, l’impressionismo ha anticipato persino le grandi cantonate storiche della critica militante.
@DanieleCiacci

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