Libia. Il vescovo Martinelli: «Devo rimanere! Se non ci fosse la fede, non saremmo qui»

Il vicario apostolico di Tripoli non vuole lasciare la piccola comunità cattolica: «Magari un momento o l’altro ci prendono e dicono: “Tu sei contro l’islam”… e basta»

martinelliAd agosto, quando già la situazione era compromessa, aveva detto: «Intendo restare qui fino a quando rimane anche un solo cristiano». Fedele alla parola data e alla sua vocazione, il vicario apostolico di Tripoli, Giovanni Innocenzo Martinelli (foto da internet), storica presenza della comunità cattolica in Libia, torna oggi a ripetere quelle parole. Anche ora, quando sa che tutto potrebbe precipitare da un momento all’altro e che la sua stessa vita è a rischio.

TESTIMONI DI GESU’. In un’intervista rilasciata alla Radio Vaticana questo francescano nato in Libia 72 anni fa (vi è tornato nel 1971) ha detto di essere pronto «a testimoniare quello che siamo e quello che facciamo. Devo rimanere! Come lascio i cristiani senza nessuno?». Con lui ci sono un centinaio di filippini, a custodia della Chiesa di San Francesco, a pochi passi dall’ambasciata italiana. Non nega la «paura», ma ribadisce di voler rimanere, per essere «testimone di quello che Gesù ci dice di fare. E basta. Se non ci fosse la fede, non saremmo qui». Per ora «può uscire» ma, racconta, «magari un momento o l’altro ci prendono e dicono: “Tu sei contro l’islam”… e basta».
Il vescovo invoca dialogo, comprensione reciproca, stigmatizza chi pensa solo alle implicazioni economiche della vicenda (il petrolio) e il «vuoto nella cultura occidentale» che è soprattutto «un vuoto di dialogo, un vuoto di impegno a incontrare l’altro, preoccupandosi soltanto degli interessi e meno delle persone e dei valori».

LA NUOVA MAFIA. Alla Stampa, ieri, ha raccontato le medesime cose. «Come faccio ad andarmene?» ha detto. «Devo restare per il momento, qui c’è ancora un gruppo di cristiani che ha bisogno di essere assistito». «Al momento – ha raccontato ieri – non ho paura, ma so che arriverà il momento in cui avrò paura». Si dice contrario a un intervento armato, ma si mostra anche un po’ scettico sui tentativi di riconciliazione messi in campo, perché le milizie non paiono così propense al dialogo: «Sono loro che hanno tutto in mano. C’è bisogno di tanta buona volontà per trovare un’intesa». Ma non è facile, come dimostrano i naufragi delle carrette spinte in mare dai capi etnici: «Sono loro la nuova mafia».