Liberiamo la scuola dall’asfissia statalista. Diamo voce a famiglie e studenti, non solo ai sindacati

Intervista a Andrea Ichino, autore di un ebook che propone ipotesi concrete per cambiare il mondo dell’istruzione. Proposte precise, non da talk show, che attendono solo interlocutori coraggiosi

C’è un libro che parla di scuola e che vale la pena di essere letto. Si tratta dell’ebook Liberiamo la scuola, curato da Andrea Ichino e Guido Tabellini per la collana “I Corsivi del Corriere della Sera”. Ichino e Tabellini hanno entrambi insegnato economia politica, il primo all’Università di Bologna, dove insegna tutt’ora, e il secondo alla Bocconi di Milano, della quale è stato anche rettore fino al 2012. Per capire meglio le loro idee ne abbiamo parlato con uno dei suoi autori, Andrea Ichino.

Professore, partiamo dal titolo del volume: “Liberiamo la scuola”. Liberarla da cosa e perché?
Liberarla dai vincoli asfissianti, imposti dalla gestione centralizzata ministeriale, che impediscono agli insegnanti migliori e alle forze vive che operano nelle scuole di esprimere in autonomia le loro capacità e la loro fantasia per migliorare l’offerta formativa e adattarla rapidamente alle esigenze della collettività.
Ci sembra che lo Stato, negli anni più recenti, abbia largamente fallito nel gestire la scuola italiana. Lo dicono i dati internazionali basati sui test standardizzati e lo dice l’esperienza di tutti, soprattutto riguardo all’estrema variabilità della qualità dei docenti che insegnano ai nostri figli: ce ne sono di ottimi, ma anche di pessimi che fanno danni gravi. Attraverso concorsoni, liste ad esaurimento, tirocini ordinari o speciali e altre macchinosità burocratiche lo Stato non è palesemente più in grado di attirare i laureati migliori alla professione di insegnante. E non è un problema di risorse, come mostriamo nel libro: in proporzione agli studenti, esse sono maggiori in Italia che non altrove. Il problema è come vengono usate e purtroppo sprecate.
Noi pensiamo che sia giunto il momento di consentire, a chi vuole provare una strada diversa, di poterlo fare. Le esperienze internazionali che prevedono una maggiore autonomia delle singole scuole sono incoraggianti sia in termini di efficienza sia di equità.

La vostra proposta, che guarda all’esperienza anglosassone e statunitense, è quella di affidare le scuole pubbliche che lo desiderino alla gestione di un comitato composto da genitori e insegnanti. In pratica cosa si dovrebbe fare? Può sintetizzarci come ve l’immaginate?
La nostra proposta integra l’esperienza delle “Charter Schools” negli USA e quella delle “Grant Maintained schools” (GMS) in UK. Come nelle Charter schools, presidi, genitori, docenti o enti esterni potranno formare comitati che si candidano a gestire una scuola. Non sarà però l’autorità statale a contrattare il programma, che sarà invece sottoposto all’approvazione di elettori definiti in rapporto al bacino di utenza della scuola (come nelle GMS). In caso di approvazione, a maggioranza degli aventi diritto, il comitato gestirà la scuola in totale autonomia per quel che riguarda il personale (in particolare assunzioni, retribuzioni ed eventuali licenziamenti degli insegnanti), le attrezzature e il disegno dell’offerta formativa.
L’autonomia avrà però un controllo. Gli studenti delle nuove scuole autogestite dovranno superare gli stessi test ed esami che ogni altro studente dovrà affrontare. Ma cambierà il formato della Maturità che sarà strutturata per “singole materie”, invece che per “pacchetti di materie” in modo da porre fine all’anomalia del sistema italiano che non consente agli studenti di modulare gradualmente il loro percorso formativo in funzione degli studi universitari da intraprendere successivamente.
Le scuole autogestite non dovranno sottrarre risorse a quelle tradizionali: riceveranno inizialmente un fondo pari al loro costo storico annuo globale. Successivamente, saranno finanziate in proporzione agli studenti che riusciranno ad attrarre. Non potranno chiedere rette di iscrizione, ma potranno raccogliere finanziamenti privati, subordinati ad un prelievo a favore di un fondo di solidarietà per le scuole che non possano accedere alle stesse risorse.
Poiché, a regime saranno gli studenti a finanziare le scuole con le loro scelte, lo Stato dovrà investire nel ruolo fondamentale di valutazione dei diversi istituti e di diffusione capillare delle informazioni che dovranno consentire alle famiglie, anche quelle meno agiate, di scegliere a ragion veduta. Per ridurre il rischio di “scuole ghetto”, da evitare soprattutto ai livelli più bassi di istruzione, gli istituti autogestiti saranno limitati nella libertà di stabilire i criteri di ammissione.

Il modello italiano, però, ad oggi è molto diverso. Funziona bene per alcuni versi (i nostri programmi piacciono anche all’estero) e male per altri (reclutamento docenti). Non crede che una simile sperimentazione da noi possa mettere a repentaglio la specificità della scuola italiana?
Non so da dove lei tragga l’impressione che i nostri programmi piacciano all’estero. Sono programmi disegnati quasi cento anni fa, e in questi cento anni il mondo è cambiato come mai era accaduto prima. Pensi soltanto a cosa è stato il progresso scientifico dal primo ‘900 ad oggi rispetto al progresso nelle materie umanistiche: eppure i programmi sono praticamente gli stessi di Giovanni Gentile.
Se i nostri studenti migliori che vanno a frequentare scuole scelte a caso all’estero si trovano ad essere molto bravi in quei contesti, il motivo è semplicemente che sono appunto gli studenti migliori. Succederebbe lo stesso agli  stranieri migliori che venissero in Italia e finissero in una scuola presa a caso.
Se per specificità della scuola italiana lei intende una maggiore attenzione alla cultura classica, all’approccio storicistico, alla filosofia e alla letteratura, grazie alla nostra proposta saranno le famiglie e gli studenti, non l’inerzia ministeriale, a decidere liberamente se vogliono la vecchia offerta formativa o una nuova offerta fondata su un equilibrio diverso e più flessibile tra materie scientifiche, tecniche e umanistiche.

Pensate che sia possibile superare le probabili resistenze da parte di alcuni segmenti degli addetti ai lavori? La vostra proposta è una sfida per così dire “solo” culturale, per alimentare il dibattito sulla scuola pubblica in Italia, oppure è qualcosa di più?
La nostra proposta, proprio perché sperimentale e basata su un’adesione volontaria, può superare le obiezioni di chi è pregiudizialmente contrario all’autonomia scolastica. Il suo obiettivo è quello di sfruttare i vantaggi del far scegliere a chi ha le informazioni più complete e gli incentivi più corretti per farlo nel migliore dei modi. Ossia gli insegnanti che devono disegnare un’offerta formativa adattabile alle esigenze della loro collettività di riferimento; e le famiglie, con gli studenti, che hanno necessità molto più diversificate di quelle che la scuola attuale riesce oggi a soddisfare. Al tempo stesso questo obiettivo deve essere contemperato con l’esigenza di preservare un ruolo di controllo e di finanziamento pubblico più forte dove è maggiormente necessario, anche per motivi di equità, e di consentire però anche un uso migliore e non distorto delle risorse.
Dando voce alle famiglie e agli studenti si riuscirebbe finalmente a dar maggiore peso agli utenti del servizio, che diventerebbero attori protagonisti nel dare indicazioni sulla direzione da prendere. Una delle ragioni per cui è così difficile migliorare la scuola italiana è che le forze  interessate alla conservazione (in particolare quelle sindacali) hanno oggi una voce troppo forte e spesso sono le uniche ad essere ascoltate
Questa proposta non è una boutade o una provocazione di cui discutere a tempo perso nei talk show: è una proposta precisa, pensata fin nei minimi dettagli, che attende solo un ministro o un assessore regionale coraggiosi, disposti a volerla sperimentare su piccola scala e su base volontaria.