Dopo il leone Cecil. Così le crociate anti-caccia grossa danneggiano l’Africa (animali compresi)

I casi di Zambia e Botswana dimostrano che la regolazione della caccia aiuta meglio dei divieti totali sia le popolazioni locali che la conservazione delle specie. «Non so in Occidente, ma qui un uomo vale più di un animale»

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Vietare di trasportare trofei di caccia, come hanno fatto diverse compagnie aeree, impedire di importare simili trofei negli Stati Uniti, come legiferato dal New Jersey in seguito allo scandalo dell’uccisione del leone Cecil, o vietare la caccia stessa di animali selvatici, come deciso da alcuni Stati africani e come invocato da molti attivisti, non aiuta né la popolazione africana né la conservazione delle specie animali più a rischio.

BOTSWANA E ZAMBIA. Sembra un controsenso, ma i casi di due paesi come Botswana e Zambia, confinanti con lo Zimbabwe, dove in un parco naturale viveva il famoso felino ucciso illegalmente dal dentista americano, lo dimostrano. È per questo che nel villaggio di Sankuyo, in Botswana, dove la caccia è vietata da due anni, gli abitanti chiedono a gran voce la sua riapertura.

«PRIMA LI PROTEGGEVAMO». «Prima, quando la caccia era legale, tutti noi ci impegnavamo a proteggere gli animali selvatici perché sapevamo che potevamo guadagnarci qualcosa», dichiara al New York Times Jimmy Baitsholedi Ntema, abitante del villaggio africano sulla sessantina. «Ora non possiamo trarre nessun vantaggio da questi animali che distruggono i nostri campi durante il giorno, è il caso di bufali ed elefanti, e divorano il nostro bestiame la notte, come fanno i leoni».

DIVIETO DI CACCIA. Quando due anni fa il presidente animalista del Botswana, Seretse Khama Ian Khama, ha bandito la caccia è stato glorificato da molteplici gruppi occidentali che si battono per i diritti degli animali. Ma per i villaggi come Sankuyo è stata una catastrofe. Prima il governo fissava delle quote: il villaggio nel 2010 poteva offrire alla caccia 120 animali, tra cui 22 elefanti, 55 impala e nove bufali. Nessun leone.

mappa-africa-new-york-timesLEONI E GABINETTI. Il villaggio poteva così guadagnare 600 mila dollari, che nel 2010 si trasformarono tra le altre cose nella costruzione di servizi igienici per decine di famiglie e nella creazione di un sistema idrico che ha permesso di collegare molte case alla rete idrica. Di conseguenza, gli abitanti del villaggio erano anche più motivati a impedire sia la caccia illegale che l’uccisione degli animali, anche quando diffondevano il terrore nel villaggio. «La gente apprezzava la conservazione delle specie, perché io dicevo sempre loro: “Quel leone o quell’elefante è ciò che permette la costruzione dei vostri bagni e delle vostre tubature», spiega Gokgathang Timex Moalosi, capo villaggio di Sankuyo.

IL PARADOSSO. Da qui deriva il paradosso, come spiega Brian Child, docente associato all’Università della Florida, che studia l’impatto del divieto di caccia in Botswana: «Quando la caccia è stata introdotta, il risultato paradossalmente è stata l’uccisione di un minor numero di animali». Ora è diverso: i leoni, che non possono più nutrirsi della carne di elefante lasciata sul terreno dai cacciatori, entrano sempre più frequentemente nei villaggi alla ricerca di cibo, uccidendo uomini o divorando le loro bestie. Gli incidenti tra uomini e animali sono di conseguenza quasi raddoppiati in soli due anni, salendo a oltre 6 mila.

DIVIETO ANNULLATO. Altri paesi, dopo aver bandito la caccia, hanno cambiato idea. È il caso dello Zambia, che nel 2013 ha vietato l’uccisione di leoni e altri grandi felini e nell’agosto di quest’anno è tornato sui suoi passi. «In Zambia la caccia esiste da sempre», ha dichiarato Jean Kapata, ministro del Turismo. «Siamo uno Stato sovrano e quindi la gente deve rispettare le nostre regole».

«UN UOMO CONTA PIÙ DI UN ANIMALE». «Le comunità locali si sono lamentate moltissimo», ha aggiunto il ministro sottolineando il calo di entrate e l’aumento di attacchi contro gli uomini da parte dei leoni. Per poi concludere in tono polemico: «In Africa, un essere umano è più importante di un animale. Non so come funzioni da voi in Occidente».

«POSSIAMO SOLO NASCONDERCI». Ma il divieto totale di caccia, al contrario delle quote fissate dai governi, sembra essere dannoso anche per la conservazione delle specie animali. William Moalosi, abitante di Sankuyo, incarna bene suo malgrado questo pericolo. Dopo aver lavorato per otto anni come guida per i cacciatori stranieri, ha perso il lavoro, rimanendo solo con i suoi campi e le sue colture. Pochi mesi fa, una mandria di elefanti ha distrutto il suo raccolto e quando una leonessa ha fatto irruzione nel suo recinto del bestiame, l’ha abbattuta. «Abbiamo sempre paura», racconta. «I leoni e i leopardi entrano nel nostro villaggio. Gli elefanti lo attraversano per passare da una parte all’altra del bosco. Noi non possiamo fare altro che entrare in casa e nasconderci».

Foto animali Ansa
Mappa New York Times

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