Legittima difesa. Prima di modificare le leggi, serve applicare quelle già esistenti

Non è un problema di norme, ma di volontà di applicarle. Il governo e il sistema giudiziario devono identificare prevenzione e punizione del furto come massima priorità

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – È accaduto qualche settimana fa in un quartiere di Roma. In pieno giorno una giovane universitaria torna nell’appartamento che ha in locazione e lo trova svaligiato: fra quanto le è stato sottratto c’è un ipad al cui interno la ragazza aveva installato un gps; col proprio cellulare scopre che l’apparecchio si trova a breve distanza, a qualche centinaio di metri, in corrispondenza di un campo abusivo rom. Corre al più vicino presidio di polizia, riesce a parlare con chi di dovere; si aspetta che l’informazione sia trasmessa, che qualcuno venga mandato sul posto, che sia recuperata almeno una parte della refurtiva e identificato – magari arrestato – chi ne è in possesso. E invece le viene detto di tornare il giorno successivo per formalizzare la denuncia… Inutile dire che il segnale gps scompare dopo poche ore e con esso i pochi beni sottratti e la possibilità di individuare e processare il ladro.

Criminalità in aumento
Non è un episodio isolato; ne potrei elencare tanti simili, riferiti non soltanto a Roma. Poi succede – e pure questa non è la prima volta – che un signore di 65 anni, che ha già subito svariati furti e tentativi di furti nella propria abitazione, si trovi di fronte un estraneo a casa sua e gli spari addosso, uccidendolo. Il can can che ne segue è triste e mortificante: l’anziano diventa al tempo stesso star mediatica e indagato per omicidio; le tifoserie si dividono fra chi mostra orrore per l’uso delle armi e chi organizza sit-in di solidarietà sotto casa dell’uomo, quasi sia un simbolo e non invece anche lui vittima di una vicenda orribile. Stona perfino il dibattito riacceso sui confini della legittima difesa: la questione centrale non è ridisegnare i confini del se e del quando un privato può sparare; la questione centrale è capire come oggi lo Stato tutela le persone oneste.

In questi termini è ancora generico: la questione centrale è capire come oggi il sistema sicurezza e quello giudiziario prevengono e reprimono reati particolarmente odiosi, come il furto in abitazione, lo scippo, la rapina. I dati del 2014, simili al 2013 e in forte aumento rispetto agli anni antecedenti, confermano che il furto è un reato impunito nel 98 per cento dei casi: lo scorso anno le denunce per furto sono state 251 mila (il numero reale è più elevato, perché tanti non denunciano). Fanno 689 al giorno, 29 all’ora, uno ogni due minuti; ma in carcere – quasi sempre per pochi giorni – sono finiti appena 3.600 soggetti individuati come responsabili, l’1,4 per cento rispetto alle denunce.

Da che cosa dipende tutto questo? Perché l’agente – non c’è differenza fra le forze di polizia – tende a fare come nel caso ricordato all’inizio? Certamente per necessità: le incombenze scaricate su poliziotti e carabinieri sono sempre di più e sempre più impegnative, mentre il turn over è ridotto all’osso, i mezzi pure e le ore di straordinario non si sa se e quando verranno pagate. Ma da parte delle forze di polizia vi è pure una percezione delle priorità, che coinvolge nel contempo il livello istituzionale-politico e quello giudiziario: se gli automezzi che ho a disposizione sono destinati ad altre funzioni, è ovvio che non posso pattugliare il territorio per scoraggiare i furti. Se scopro il ladro, non sempre il magistrato di turno autorizza l’arresto; di frequente dispone che sia denunciato a piede libero. Se scopro il ladro ed è consentito arrestarlo, lui trascorre in cella qualche giorno (qualche ora): il tempo di patteggiare al minimo (tre/quattro mesi di reclusione) e tornare in libertà a riprendere il proprio “lavoro”, dal momento che quella pena non viene mai espiata. Se non si fa il patteggiamento, nella gran parte dei casi il processo si estingue per prescrizione già in primo grado, al più tardi in appello. E ciò mentre in altre nazioni il furto riceve come pena anni di reclusione: cosa che contribuisce a spiegare la trasmigrazione in Italia di persone che per mestiere svaligiano case.

Poche chiacchiere
Se questo è ciò che accade nei comandi di polizia e negli uffici giudiziari, discettare di aumento di sanzioni – sono già elevate, ma non sono applicate – o di modifiche legislative alla legittima difesa non fa fare un passo avanti. Non è un problema di norme, ma di volontà di applicare quelle esistenti. Non c’entra il Parlamento, ma il governo e il sistema giudiziario, che devono identificare prevenzione e punizione del furto come priorità. Con un ventenne appena morto e un sessantacinquenne nelle condizioni in cui è, ogni parola dedicata ad altro è veramente irritante.

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