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Leggere Scola e scoprire la cosa più indecente di papa Francesco: la fede in Cristo

ottobre 3, 2015 Renato Farina

Non ho mai letto una apologia di Bergoglio-persona e del suo ministero petrino più profonda e meno lecchina di questa.

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Pubblichiamo la rubrica “Boris Godunov” di Renato Farina contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

È bello avere un vescovo così. Parlo del cardinale di Milano, Angelo Scola (lo ha intervistato, sulla prima pagina del Corriere della Sera, Aldo Cazzullo). Perché c’è nel suo dire la luce di una ragione calma e profonda. Si vede che ha incontrato non una teoria su Gesù, ma Cristo stesso. Il quale dona a chi lo frequenta anche “un pensiero forte”, che non è affatto il contrario della tenerezza. La misericordia non è svenevolezza da “animulae blandulae”, è la solidità del padre che ti accarezza.

Non ho mai letto una apologia di Bergoglio-persona e del suo ministero petrino più profonda e meno lecchina di questa. Scopre la cosa più indecente e meno detta di Francesco, quasi fosse un ammennicolo civettuolo: la sua fede in Gesù Cristo. «È un grande uomo di fede», ha il «carisma del popolo» (e il carisma è cosa che viene dallo Spirito, vuol dire grazia). Insomma: la Provvidenza ha voluto questo Papa, non il potere mondano o un’interferenza, discorso chiuso, anzi magnificamente aperto. Si tratta di immedesimarsi con il suo insegnamento, di «uno che parla con autorità», come Gesù. Non ha paura di questo paragone “audace”, Scola.

Con intelligenza e senza alcuna teatralità, ma con la logica disarmante della sincerità, scopre gli altarini demoniaci dell’ideologia che pretende di ingabbiare papa Francesco come un canarino rosso. Non adopera mezze frasi: il cardinale, dalla cattedra dei santi Ambrogio e Carlo, e dei beati Ferrari, Schuster e Montini, a questo punto denuncia «l’uso che si fa di questo papato». Sia da parte di laudatores che di scomunicatores.

L’uso – e qui è tutta farina di Boris, Scola non c’entra – è di due tipi, opposti e in fondo uguali. Il primo è quello più evidente: ed è appunto il trasformare il magistero bergogliano in una decalcomania devota al progressismo dei nuovi diritti, per cui il sentimento amoroso è la sola sostanza della vita e delle cose. Il secondo uso è apparentemente il suo contrario, ma in realtà accetta questa deformazione, e ne cava il pretesto per dichiararlo anti-Papa e proclamare che il cattolicesimo non è più utile neppure come cemento di valori morali. Questa idea coinvolge anche teste nobili, ma tragicamente convinte di una sorta di primato intellettuale persino nei confronti dello Spirito Santo.

La posizione giusta non sta nel mezzo, cioè in un terzo schema, in una ideologia mediana. Ma nel primato della persona. Tu e Boris. Noi non siamo – afferma Scola – categorie, ma persone. Non siamo omosessuali con certi diritti da riconoscere più o meno, oppure appartenenti alla corporazione degli eterosessuali. O magari nella casta degli sposati felici, con certe pretese e certi doveri, oppure in quella dei divorziati risposati a cui si deve studiare se passare l’eucarestia come diritto. Ogni persona, ogni rapporto è un unicum.

Persino il dramma non è mai identico. Lo scriveva, a proposito delle famiglie infelici, già Tolstoj nell’incipit di Anna Karenina. E Scola attacca il pelagianesimo di chi ritiene che l’indissolubilità del matrimonio cristiano sia legata alla buona volontà. Ma no. Essa è possibile, e c’è, perché costruita sacramentalmente da Cristo. E non si tratta allora di rendere facile lo sciogliere il vincolo con il consenso del vescovo. Ma di vedere se esso c’era in origine. Perché se c’era, c’è. E se non c’era, meglio non ingarbugliare le trafile.

E le unioni omosessuali? Scopro con Scola che trasformarle in una categoria sociale disperde persino il tesoro di un amore tra due persone dello stesso sesso, banalizzandolo, riducendolo a problematica sociale. E invece anche lì. Ogni storia è unica. E perché non proporre di vivere un cammino difficile di castità, un sacrificio d’amore. È così bella la strada dell’obbedienza alla sorgente. Con questo pensiero forte in testa, Boris si sente pieno di tenerezza, disposto ad andare in giro disarmato. La bella ragione.

Foto Ansa


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3 Commenti

  1. Pier says:

    Quando ero alle elementari improvvisamente è arrivata l’insiemistica. Non ho mai avuto simpatia per la matematica/logica e affiliate. Mi ricordo che proprio non mi piaceva perché facevo confusione. Di confusione in giro il mondo è pieno e non solo perché per ognuno non c’è più un centro ma anche perché come si legge in questo articolo “Noi non siamo – afferma Scola – categorie, ma persone”. Se si osserva il quotidiano con attenzione e distacco ci si accorge abbastanza facilmente che tante persone ragionano, pensano e agiscono per categorie, appartenenti a secondo del luogo e dello scopo a questo o quella parte. Le categorie che vengono a formarsi e disfarsi ormai quasi ogni giorno stanno in piedi a seconda del ruolo mediatico, lobbistico, professionale, sociale di chi le crea e di chi le frequenta e alcune volte essere della “community” del momento è esaltante. Da qui nascono miti, dei e supereroi che durano qualche tempo (sempre più breve). E questa specie di brodo post-primordiale è incolore, inodore e tendenzialmente avverso e/o distruttivo per gli “avversari” e verso le istituzioni e tutto ciò che ha un potere o che per altri motivi è una certezza. Se si tratta poi di valori, non quelli a buon mercato, quelli che hanno costruito le civiltà e fatto la cultura allora l’avversione è ancora più pesante. E’ la logica del nemico che diventa pericoloso per la community/genere. Ha ragione il Cardinale Scola. Ha ragione Papa Francesco.

  2. beppe says:

    caro renato, ti leggo spesso ma stavolta non riesco proprio a capirti.

  3. SUSANNA ROLLI says:

    Chi si vuol sentire pieno di tenerezza -e non cancellatemi, per favore- faccia soventi visite al Santissimo Sacramento dell’altare; nel Tabernacolo situato in ogni chiesa cattolica romana c’è nientepopodimeno che Gesù, “in carne ed ossa, vivo e vegeto”, Quello di duemila anni fa -o meglio- Quello che Era fin dalle origini del mondo (ed anche prima)!
    Da quel tabernacolo -che ogni tanto viene aperto- scaturiscono Grazie a iosa -“Io Lo guardo, Lui mi guarda”, rispose quel contadino al Curato d’Ars, se ben ricordo.
    Così, giusto per ricordarlo a chi lo avesse dimenticato ( e Lo avesse dimenticato).
    E così si potrà andare in giro per le strade ripieni di maggio tenerezza di prima.
    Pardon.

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