Fecondazione assistita. Dallapiccola: «Le sentenze come quella di Roma hanno smantellato la Legge 40»

Dopo la sentenza del tribunale che ha accordato a una coppia fertile di servirsi della diagnosi pre-impianto, intervista al genetista Bruno Dallapiccola: «Ormai è una pratica diventata regola»

«È una battaglia persa» secondo Bruno Dallapiccola quella che si combatte sulla diagnosi preimpianto. La sua voce si alza dopo la sentenza del tribunale civile di Roma che ha fatto esultare l’Associazione Luca Coscioni: il giudice ha accolto la richiesta di due genitori per accedere, appunto, alla diagnosi preimpianto. La coppia è fertile ma portatrice sana di fibrosi cistica, e desiderava concepire un figlio immune alla malattia: così si era rivolta alla Corte di Strasburgo tre anni fa, nel tentativo di superare la legge 40 che prevede il ricorso alla procreazione medicalmente assistita solo per le coppie sterili. E sebbene il Governo avesse richiesto un riesame della sentenza europea, ecco che il tribunale di Roma ha deciso per accogliere la mossa di Strasburgo. Andando ad infierire su una legge che, come spiega il genetista direttore scientifico del Bambin Gesù di Roma, «ormai non esiste più».

Perché?
Tutte queste sentenze dei tribunali l’hanno smantellata. Peccato perché aveva un senso, era unitaria, e puntava alla tutela dell’interesse sia della madre sia del feto. Ora è stata tutta snaturata: bisognerebbe avere il coraggio di ridisegnarla, ma non so qualche Governo vorrebbe farlo. D’altronde, già all’indomani dell’approvazione della legge nel 2004 c’erano laboratori che producevano embrioni oltre i tre consentiti dalla legge: vorrei sapere se i Nas sono mai andati a controllare. Come facevano? Non si è mai visto in Italia che una legge venisse smontata in questa maniera, dopo essere stata approvata a maggioranza dal Senato e un anno dopo avvallata da un referendum con risultato nettissimo.

E cosa ne pensa della vicenda di questa coppia? Ci aiuti a fare chiarezza.
Da genetista ho le idee chiare, il problema della diagnosi pre-impianto è un problema su cui non potremo mettere più barriere, dato che prende sempre più piede in tutto il mondo. Continuo ad insistere che questa pratica è comprensibile solo se c’è una coppia infertile che ha questa come unica via per superare i suoi problemi. Una coppia di genitori fertile che ha il rischio del 25 per cento di avere patologie ad alto rischio, perché non si rivolge agli strumenti classici? Quest’ultimi hanno una serie di vantaggi, il successo della gravidanza è ben più elevato. Quando riproduci con la fecondazione assistita, e in più fai la biopsia della blastula, il successo della gravidanza è del 20-25 per cento, mentre se si fa il concepimento per una coppia fertile sale al 75.

Insomma, lei dice che la diagnosi preimpianto non dovrebbe essere la prima scelta.
Per certe coppie ha avuto un impatto, ma in breve è diventato un abuso e ora è ormai passato ad essere una regola. A tutto ciò si possono aggiungere poi le complicanze etiche, legate alla creazione di embrioni.

Ossia?
Il grande equivoco su cui è vissuta la diagnosi preimpianto è quello di aver costruito una barriera: si dice che entro i 15 giorni è un ammasso di cellule, poi diventa un embrione umano. Questo non è vero: la vita comincia dalla prima cellule dello zigote e ci sono diverse prove che accertano questo, come il fatto che il pronucleo maschile e femminile quando si avvicinano cominciano a dialogare con una serie di reazioni chimiche. Io, la prima cellula non la chiamo persona, ma è già un progetto umano biologico unico e irripetibile. Ma, ahimé, vedo che si va sempre più verso questa direzione.

Quali conseguenze potrà avere una sentenza come questa del Tribunale di Roma?
Ci sono in Italia una serie di strutture che sono in grado di fare diagnosi pre-impianto e rimetteranno in moto questo procedimento. È un po’ come la vicenda di Stamina: quando metti in testa ai pazienti una cosa, in questo caso la possibilità di avere un figlio senza soffermarsi sui limiti della diagnosi preimpianto, si crea un’aspettativa e il malato ti viene dietro.